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“Sogni giusti”: avanti, Camilla!

Intervista a Sergio Adamo, socio fondatore dell'emporio di comunità Camilla di Bologna.

Come nasce un emporio di comunità: intervista al socio fondatore di Camilla Sergio Adamo in occasione del sesto appuntamento di “Sogni giusti”, all’interno del progetto Fa’ la cosa giusta! Trento.

Sergio mentre parla al microfono in una conferenza
Sergio Adamo, socio fondatore di Camilla. Foto di: Paulo Lima

Camilla, come abbiamo già raccontato qui, è il primo emporio di comunità nato in Italia nel 2019: una realtà di economia alternativa che è completamente autogestita dai soci, fatta per soci. Infatti, solo chi è membro di Camilla può acquistare in emporio. Per entrare a far parte di questa realtà è necessario partecipare in prima persona: il socio paga una quota annuale e mette a disposizione le sue abilità e un po’ del suo tempo per lavorare in emporio. Sottoscrive la Carta dei Principi e degli Intenti, partecipa alle assemblee e ai momenti di formazione, e ha diritto di esprimere la propria opinione e di proporre le proprie idee.

Grazie alla sua organizzazione democratica e partecipativa, l’emporio garantisce la sostenibilità ambientale e sociale del prodotto al giusto prezzo, sia per chi lo produce che per chi lo acquista. La qualità dei prodotti di Camilla, per la maggior parte bio e km0 (oppure appartenenti alla filiera del commercio equo e solidale), è garantita grazie al Sistema di Garanzia Partecipata, messo a punto dai gruppi di lavoro dei soci di Camilla, oppure da realtà già esistenti del commercio equo e solidale, come Campi Aperti, Fuorimercato e Equogarantito.

Ma come nasce un emporio di comunità e quali sono i valori che lo sostengono quotidianamente? Lo abbiamo chiesto a Sergio Adamo, uno dei soci fondatori di Camilla, incontrato ad Arco in un appuntamento di “Sogni giusti”, in vista della fiera Fa’ la cosa giusta! Trento.

Come è nata Camilla?

L’emporio di comunità è un progetto che nasce dalla collaborazione di Campi Aperti e il GAS Alchemilla. Camilla è proprio la fusione dei due nomi. L’idea era già nata nel 2015, quando ci siamo accorti che nel GAS, su 150 famiglie, solo una minima parte erano veramente attive. Sentivamo che mancava il senso di comunità, e avevamo bisogno di nuove modalità di consumo e partecipazione: come fare per allargare la partecipazione? Abbiamo cominciato a pensare a un emporio che fosse totalmente gestito dai soci, siamo andati in ogni sede per presentare il progetto e raccogliere le pre-adesioni: la quota associativa e la disponibilità di tempo per lavorare nell’emporio. Abbiamo raccolto tante persone diverse e da subito è stato importante l’aspetto culturale, così ci siamo dati una Carta dei principi da rispettare e in cui tutti si riconoscessero.

Un emporio di comunità può partire dai semplici consumatori?

Sì! Nell’emporio i consumatori diventano soci: molti erano già attivi in vari GAS di Bologna. Ma può partire anche dai produttori. Camilla, come dicevo prima, nasce dall’unione del GAS con Campi Aperti, una realtà di produttori con una visione politica del consumo, dell’ecosostenibilità e dell’economia alternativa. Il punto è proprio far incontrare consumatori e produttori, per creare il senso di una comunità che si autogestisce e si autodetermina.

Avete incontrato difficoltà nel creare Camilla?

Enormi! Ci sono stati soprattutto problemi normativi e burocratici. Il nostro modello era Park Slope, una realtà con migliaia di soci a New York, ma in Italia eravamo i primi a fare una cosa simile. Ci rivolgevamo alle istituzioni, all’INAIL, ma nemmeno loro sapevano darci risposte chiare, e dovevamo aspettare molto tempo prima di sapere qualcosa. Siamo stati dei pionieri. Ci sono voluti quattro anni prima di poter aprire effettivamente l’emporio: anni di confronto, discussioni, problemi burocratici da risolvere e di ricerca di potenziali soci. E anche adesso ad ogni novità che vogliamo introdurre richiede molte discussioni e ricerche.

L’emporio può funzionare per altre realtà produttive oltre a quella alimentare?

Sì, il meccanismo funziona nello stesso modo. In Camilla si possono acquistare, oltre ai prodotti agricoli, anche scarpe, abbigliamento, prodotti per la cura della persona. Più grande è la scelta di prodotti, meglio è: l’obiettivo è completare l’offerta, perché i soci non siano costretti a cercare altrove beni di cui hanno bisogno. Non riuscire a dare risposte a questi bisogni è un limite.

Si può esportare un’esperienza come Camilla?

Assolutamente sì! Quando stavamo costituendo l’emporio, cercavamo di cogliere ogni opportunità per pubblicizzare il progetto, dai mercati contadini, alle fiere, alle feste in parrocchia (ride). Così ci facevamo conoscere e si aggregavano i soci, che poi andavano a fare altri banchetti. Ora facciamo lo stesso: andiamo ovunque ci invitino, per parlare con le persone che vogliono portare Camilla in altre città. Così sono nati altri empori di comunità a Ravenna, Parma, Cagliari. Giriamo molto per esportare l’emporio di comunità, e se ci fosse una Camilla in ogni città potremmo prendere il potere. (ride)

Per chi è scettico: Camilla funziona dal punto di vista economico?

Funziona. E più si è, meglio è! La gestione dell’emporio non costa nulla, perché sono i soci che forniscono manodopera. Sono solo i costi fissi che vanno ad incidere sul prezzo finale del prodotto: affitto, luce, gas, a volte anche i trasporti. Più sono i soci, più questi costi si abbassano, perché vengono ripartiti tra più persone. All’inizio eravamo un centinaio di famiglie, ora siamo quasi cinquecento. Questo aiuta a mantenere la politica del giusto prezzo: un prezzo che sia abbordabile per i soci e che è soddisfacente anche per i produttori, che riconoscono l’ecoprezzo. In questo senso siamo degli intermediari. Abbiamo anche forti rapporti con il commercio equosolidale.

Nella nascita di Camilla, l’aspetto culturale e sociale è venuto dopo quello ambientale? O sono partiti insieme?

L’aspetto sociale è fondante tanto quanto quello ambientale. L’emporio è fatto di soci, di persone diverse, con abitudini alimentari ed età diverse. La multiculturalità è stato da subito un fattore importantissimo, un percorso fondante di Camilla. Come si fa a mettere insieme persone diverse? L’obiettivo è proprio fare sistema tra esigenze diverse, tra produttori e consumatori.

Cosa ne pensa dei gruppi di giovani ecologisti (come i Fridays For Future) che uniscono nella lotta l’aspetto ambientale e quello sociale?

Avanti! Senza di loro non si può portare avanti la lotta. Questa è anche la filosofia di Camilla.

Anche ad Arco e a Trento c’è un gruppo di persone che sta cercando di creare un emporio di comunità. Ha qualche consiglio per loro?

Partite! Se si aspetta non si sarà mai pronti. È meglio iniziare e poi correggere le cose che non vanno bene durante il percorso.

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