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Dalle Ande alle Alpi: la giustizia ambientale

Le Alpi non saranno come le Ande, ma qualcosa ci accomuna: la minaccia dei cambiamenti climatici, la tutela dell’acqua e la necessità di attuare una giustizia ambientale efficace. Al MUSE la testimonianza della delegazione colombiana dei popoli indigeni, che da decenni lotta per la sopravvivenza delle loro terre.

Le Alpi non saranno come le Ande, ma qualcosa ci accomuna: la minaccia dei cambiamenti climatici, la tutela dell’acqua e la necessità di attuare una giustizia ambientale efficace. Al MUSE la testimonianza della delegazione colombiana dei popoli indigeni, che da decenni lotta per la sopravvivenza delle loro terre.

di Silvia Kasperkovitz

“Chiedo agli spiriti della Cordillera di poter parlare e di raccontare la storia del mio popolo”: un inizio speciale per farci immergere nel mondo dei popoli colombiani che da decenni lottano per proteggere le loro terre.

La sala conferenze del Museo delle Scienze di Trento (MUSE) era piena di persone interessate per ascoltare la testimonianza che arriva direttamente dalla Colombia. Due gli ospiti d’eccellenza, Heber Tegria Uncaria, rappresentante del popolo U’wa, e Liviana Roa Liliana Roa Montañez, dirigente sociale e difensora dei diritti umani, attivista del movimento contadino MASAS. Grazie alla loro testimonianza abbiamo potuto sentire la loro storia, la loro lotta, le loro aspirazioni, e anche il loro coraggio: molto spesso, purtroppo, chi in Colombia lotta contro le politiche estrattive di petrolio messe in atto proprio nelle loro terre, rischia il carcere o addirittura la vita. Liviana stessa è sopravvissuta ad un attentato lo scorso anno. Nonostante il costante pericolo, continua a lottare.

Per dare una dimensione geografica, i nostri ospiti provengono dal nord-est della Colombia, al confine con il Venezuela. Gli U’wa contano circa 12.000 indigeni e sono sparsi in cinque dipartimenti. Da anni la multinazionale americana Occidental Petrolium cerca (e a volte ci riesce) di entrare nei loro territori sacri, perché sotto le loro terre è stato trovato un grande giacimento di petrolio. Inoltre, a rendere la situazione ancora più fragile, la Colombia è attraversata da ormai 50 anni da un pesante conflitto armato, tra lo Stato e la guerriglia, uno scontro che non risparmia neanche gli attivisti.

Molto più che in Europa, i popoli indigeni sono fortemente legati al loro territorio, come hanno ribadito i relatori. Fuori dal loro territorio, dalle loro terre ancestrali, perdono la loro identità. Per il popolo U’wa, come per tutti i popoli ancestrali, la Terra ha una valenza sacra e ci tengono a preservarla da ogni tipo di sfruttamento che la possa danneggiare: oltre allo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare il petrolio, si è citato anche l’iperturismo.

Per il popolo U’wa la Terra è divisa in 3 livelli: el mundo blanco e el mundo rojo agli estremi, e al centro, a metà, che viene chiamato Planeta Azul. Noi ci troviamo qui, nel mezzo, dove esiste la vita creata dal Dio Siruma: “Tutto quello che esiste nel pianeta di mezzo ha vita, ha forza, e ha degli spiriti che la proteggono”, ha spiegato Heber. Ogni cosa qui è sacra, ed il popolo U’wa ne è il guardiano. L’acqua è particolarmente importante, perché è metafora della vita che scorre: i fiumi e i ghiacciai sono quindi considerati sacri proprio perché generano la vita.

El Planeta Azul è l’equilibrio tra i due livelli, un equilibrio che il popolo U’wa vuole mantenere e proteggere. Del resto, il petrolio viene chiamato “il sangue della terra”: tutto quello che viene estratto rappresenta una violazione dell’equilibrio. Il popolo U’wa ha fatto ricorso alla Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo, e dopo 25 anni la Corte è prossima ad esprimere il suo parere. In attesa di questa sentenza, il popolo sta facendo un rituale di digiuno per augurare l’esito positivo della sentenza.

Ma il popolo U’wa non è l’unico gruppo che lotta per la loro terra. C’è anche Liviana, qui anche in veste di attivista del gruppo MASAS, un movimento che è contemporaneamente politico, sociale, economico e popolare. Esso si si fa portavoce dei diritti dell’uomo, a difesa “della vita degna, del territorio, degli ecosistemi”. Infatti, raccoglie varie classi e settori sociali (quello indigeno, quello degli studenti e degli operai, dei trasportatori, degli Afrodiscendenti e della comunità LGBTQ+). Oltre alla lotta bisogna proporre una proposta politica, nazionale, per una vita degna a tutti i colombiani.

In una “serata che mette insieme tante voci e tante dimensioni”, come ha ricordato Francesca Caprini di Yaku, sono intervenuti brevemente anche Luigi Casanova di Mountain Wilderness e Chiara Sighele del Centro per la cooperazione internazionale. Entrambi hanno ribadito nuovamente la necessità di saper ascoltare la nostra terra. Yaku e il Centro fanno inoltre parte della rete InDifesadi, la rete di associazioni italiane che è nata proprio per promuovere campagne e iniziative volte alla tutela di chi difende i diritti umani, per sensibilizzare l’opinione pubblica su queste tematiche.

Trento era la terza e ultima tappa di un tour, organizzato da Yaku, per portare le voci di Heber e Liviana a Roma e a Torino. Ora i nostri ospiti sono tornati in Colombia, dove continueranno la loro lotta. Ma noi così possiamo fare?

Diventiamo anche noi “guardiani della terra”. Recuperiamo il nostro legame con la madre terra. Dalle Ande alle Alpi cerchiamo di ricostruire una giustizia ambientale, e soprattutto, diffondiamo queste lotte. Da Heber e Liviana possiamo solo che prendere ispirazione!

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