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Signal e Telegram: due tra tante alternative a WhatsApp

Dopo la nuova informativa sulla privacy di Whatsapp, molti utenti pensano di migrare su altre piattaforme. In gioco non solo la sicurezza dei dati.

Foto di Anton da Pexels

Lo scorso 7 gennaio gli utenti di WhatsApp si sono svegliati con un avviso da parte della società californiana: “WhatsApp sta aggiornando i propri termini e l’informativa sulla privacy (..) Toccando ‘accetto’, accetto i nuovi termini e l’informativa sulla privacy, che entreranno in vigore l’8 febbraio 2021. Dopo questa data, dovrai accettare questi aggiornamenti per continuare a utilizzare WhatsApp”.

La data è stata negli ultimi giorni posticipata al 15 maggio, date le tante critiche sull’aggiornamento e la confusione creatasi attorno.

Come sappiamo, WhatsApp è ormai diventata l’app di messaggistica più utilizzata a livello globale. Lo conferma il grandissimo numero di utenti attivi, che ha raggiunto quota 2 miliardi. Il servizio è stato lanciato ormai 11 anni fa, ma il punto di svolta è avvenuto nel 2014, quando l’app è stata acquistata da Facebook per 19 miliardi di dollari. Un’ascesa importante, che si è fatta forza grazie alla presenza della crittografia end-to-end, che permette di avere comunicazioni sicure con gli altri utenti, che non possono essere violate dall’esterno.

Ma il messaggio ricevuto a inizio gennaio ha scatenato una serie di reazioni, tra le più disparate. Soprattutto ha generato confusione e campanelli d’allarme negli utenti. Tutto ciò ha portato a un esodo verso altre piattaforme di messaggistica istantanea, come Signal e Telegram. Ma cerchiamo di andare per tappe, e capire bene che cambiamenti ha portato questa nuova informativa sulla privacy e quali possono essere le alternative a WhatsApp.

I principali aggiornamenti dell’informativa sulla privacy includono informazioni sulle modalità del trattamento dei dati e come le aziende possono utilizzare i servizi disponibili su Facebook per conservare e gestire le proprie chat di WhatsApp.

Che cosa cambia?

Quindi qualcosa è cambiato, ma per chi fa parte dell’Unione Europea non c’è ancora da preoccuparsi. Le cose cambiano invece per i paesi fuori dell’Europa. Infatti, come specificato dalla società: “Non ci sono modifiche alle modalità di condivisione dei dati di WhatsApp nella Regione europea (incluso il Regno Unito) derivati dall’aggiornamento dei Termini di servizio e dall’Informativa sulla privacy”. Viene inoltre sottolineato che non ci sono utilizzi di dati per migliorare le pubblicità su Facebook, argomento che ha spaventato molti utenti. “WhatsApp non condivide i dati degli utenti dell’area europea con Facebook allo scopo di consentire a Facebook di utilizzare tali dati per migliorare i propri prodotti o le proprie pubblicità”.

L’Europa infatti, rispetto agli altri paesi, è protetta dal Gdpr (General Data Protection Regulation), regolamento europeo per la protezione dei dati personali entrato in vigore nel 2018. L’insieme di norme disciplina il trattamento e la circolazione dei dati personali dei cittadini. Il Gdpr serve in sostanza per creare una certezza giuridica sul trattamento dei dati personali, in quanto WhatsApp non può condividere i dati degli utenti europei con Facebook. Non ci sono quindi modifiche alle modalità di condivisione dei dati in Europa, questo perché per farlo la società dovrebbe trovare un accordo con la Commissione irlandese per la protezione dei dati – WhatsApp Ireland – che consenta tale utilizzo.

A cosa è servita quindi questa nuova informativa?

Lo scopo, esposto da Nate Cardozo, Privacy Policy Manager di WhatsApp, è quello di fare chiarezza sull’interazione fra utenti privati e aziende tramite WhatsApp Business. Spiega che “abbiamo aggiornato l’informativa sulla privacy per specificare che le aziende potranno scegliere di avvalersi di servizi di hosting sicuro forniti da Facebook, per gestire le comunicazioni con i loro clienti su WhatsApp. Spetterà all’utente decidere se vuole o meno comunicare con un’azienda su WhatsApp”. Quindi ciò che cambia è la messaggistica usata dagli account aziendali. In questo caso le aziende possono archiviare le conversazioni con utenti/clienti e utilizzarle a scopi commerciali. Per il momento quindi WhatsApp non condividerà le informazioni degli utenti con Facebook a scopo pubblicitario, ma intanto ha chiesto un’autorizzazione per consentire agli account Business di affidarsi ai nuovi servizi di Facebook per gestire le conversazioni.

Quali sono le alternative?

Nelle ultime settimane il dibattito intorno a questa nuova informativa di WhatsApp ha fatto nascere diverse linee di pensiero. Ma il dato oggettivo più lampante è stato lo spostamento di milioni di persone verso altre piattaforme di messaggistica istantanea, tra tutte Telegram e Signal. Vediamo allora di conoscerle meglio e capire che cos’hanno in più rispetto a WhatsApp. Che cosa ha spinto tantissimi utenti a migrare verso nuovi lidi creduti più sicuri?

Signal

Dopo i nuovi termini di WhatsApp la piattaforma ha ricevuto un boom di download ed è salita in vetta alle classifiche degli store digitali. Complice è stato Elon Musk, Ceo di Tesla e SpaceX nonché nuovo uomo più ricco del mondo. In un tweet molto diretto ed ermetico scrive: “Use Signal” (Usate Signal), interpretato dai suoi 42 milioni di followers come una critica alla nuova informativa sulla privacy di WhatsApp. Business Insider stima che tra il 6 e il 10 gennaio Signal sia stata installata 7,5 milioni di volte. Ma vediamo di capire che cosa ha spinto così tante persone a installarla. Si tratta di un’app open source e gratuita, controllata non da una società privata ma da una fondazione senza scopo di lucro: la Signal Tecnology Foundation, che utilizza come WhatsApp la crittografia end-to-end per proteggere le conversazioni tra gli utenti. La differenza sta nella combinazione del protocollo Extended Triple Diffie-Hellman (X3DH) e l’algoritmo Double Ratchet. In sostanza il protocollo di crittografia di Signal consente la comunicazione sicura e privata tra due utenti.

Il tutto rende molto più sicuro lo scambio di messaggi, chiamate, file multimediali. Il numero di telefono inoltre non è collegato al proprio profilo, ma gli utenti hanno il proprio nickname numerico, che ha lo scopo di generare una chat privata che non consente il monitoraggio della conversazione. Conserva quindi pochissimi metadati (informazioni su data e ora di invio e ricezione delle conversazioni, di chiamata, dell’ultimo accesso ecc). Inoltre il fatto di essere open source consente all’app di non avere legami con altre società (a differenza di WhatsApp con Facebook). In sintesi, la grossa differenza tra WhatsApp e Signal sta proprio nella modalità di utilizzare i dati relativi agli utenti e alla loro privacy.

Con l’ultimo aggiornamento il colosso della messaggistica istantanea infatti obbliga gli utenti ad accettare la condivisione delle informazioni del proprio account con Facebook (ricordiamoci fuori dall’UE). Signal invece conserva pochi metadati e non è interessata alla monetizzazione, essendo come già detto una società No Profit.

Telegram

Lanciata nel 2013 dai fratelli Nikolaj e Pavel Durov, ha visto nelle ultime settimane più di 25 milioni di nuovi download. Telegram, come WhatsApp, si avvale della crittografia end-to-end: i dati che viaggiano in rete sono quindi indecifrabili e la decodifica del messaggio avviene solo sull’indirizzo di mittente e destinatario. Fin qui, nulla di nuovo. Sotto il lato sicurezza le due app si comportano alla stessa maniera. Ma cosa rende Telegram più attraente? Come per Signal, in Telegram si può chattare e parlare al telefono senza bisogno di scambiare il numero di telefono, utilizzando un nickname. Inoltre c’è la possibilità di creare gruppi aperti molto ampi (fino a 200mila iscritti) e condividere file di grandi dimensioni e di ottima qualità. Le chat sono di due tipi: classiche e segrete (cifratura end-to-end). Le prime infatti possono essere visualizzate su tutti i device, mentre le seconde sono molto più sicure in quanto prevedono la possibilità di inviare messaggi che si autodistruggono.

Si può dedurre quindi che in quanto a sicurezza Signal vince sulle altre due rivali. Questo perché sia WhatsApp che Telegram conservano i metadati in forma non cifrata. Sui server di entrambe resta infatti impresso con chi, per quanto tempo e dove abbiamo comunicato. Cosa che non avviene in Signal.

Queste differenze e l’attenzione verso esse esplosa dopo il caso WhatsApp, possono generare molte considerazioni sul ruolo che ha ormai il digitale nelle nostre vite. Essere online è diventato di importanza capitale per molte persone, che spesso fanno fatica a differenziare il mondo di Internet da quello reale.

In una società come la nostra abbiamo sempre più bisogno di connessione, di interazione, che si fa più acuta in momento come questo in cui le relazioni sociali sono sotto osservazione e tenute distanziate dalla pandemia. Questo spazio digitale viene chiamato da Luciano Floridi – professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford – Infosfera. Luogo che si basa sulla circolazione delle informazioni, controllate dalle grandi aziende di Big Tech della Silicon Valley. Il professor Floridi spiega che “la sovranità digitale si esercita in tanti modi, nella sicurezza, nella salute, nel controllo dei confini, nella scuola. Oggi tutti questi ruoli vedono il digitale in prima linea, il digitale è in mano alle aziende, quindi possiamo dire che la sovranità digitale è in mano ai big tech. E per mantenerla fanno quello che possono”.

Sottolinea inoltre che in questo spazio, in cui esiste anche WhatsApp, importanti e fondamentali sono delle regole precise: “È fondamentale creare nuove regole. L’ontologia dello spazio è il primo punto fondamentale. Il secondo è quello della fiducia nelle istituzioni che dovrebbero andare a riprendersi la sovranità digitale nello spazio relazionale, dettando appunto le regole del gioco”.

Non stupisce quindi la reazione di milioni di utenti dopo la nuova informativa di WhatsApp. Non stupisce il trasferimento su altre piattaforme e la ricerca quasi spasmodica di informazioni inerenti la propria privacy. Non dobbiamo dimenticarci però che queste problematiche esistevano ancora prima del messaggio dello scorso 7 gennaio, e continueranno ad esistere nel nuovo mondo dell’Infosfera. In questo universo di connessioni, metadati, scambi di informazioni continue, relazioni, noi possiamo seguire la via dell’intelligenza, cercando di utilizzare i social network e in questo caso le app di messaggistica istantanea a nostro vantaggio. È bene informarci, è bene salvaguardarci, è bene anche sperare in un futuro in cui l’ontologia dello spazio digitale sia regolamentata.

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