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Cos’è l’economia circolare?

Il nuovo macrotema della campagna Vivila in 3D è il riuso. Per questo hanno scelto di approfondire il passaggio da rifiuto a risorsa sostenuto all'interno dei progetti di economia circolare.

*Articolo inizialmente pubblicato sul blog di Vivila in 3D.

Riusalo! è il secondo macrotema della nostra campagna. Per aprire questo nuovo spazio di riflessione, approfondimento, immaginazione collettiva, parliamo di economia circolare e del modo in cui questa attraversa le tre dimensioni della sostenibilità – che ormai avete capito essere il il fil rouge del nostro progetto.

Partiamo dal nome stesso, diventato l’indicatore di un nuovo paradigma di produzione e consumo di beni e servizi che vengono utilizzati quotidianamente: economia circolare infatti indica uno spostamento netto rispetto al sistema di produzione e consumo ancora prevalente oggi, l’economia lineare. Quest’ultima infatti si basa su tre passaggi essenziali, linearmente ripetitivi: estrazione di risorse naturali, produzione volta a soddisfare una domanda, e infine lo scarto del prodotto, il momento in cui si pensa ad esso come ad un rifiuto. Ma lo è davvero?

Foto di George Becker da Pexels.

L’idea di economia circolare prende come esempio “i sistemi viventi (biosistemi) naturali, che funzionano in modo ottimale perché ognuno dei loro elementi si inserisce bene nel complesso”(Commissione europea, 2014), contribuendo quindi ad un sistema rigenerativo

In quest’ottica non esistono né rifiuti né sprechi: ogni elemento contribuisce all’equilibrio del sistema nel quale è inserito, e in ogni suo momento di vita ha e apporta un valore fondamentale. Così, nella sua forma ideale, anche un sistema basato sull’economia circolare è un sistema nel quale non ci sono rifiuti, se non in minima parte: tutto viene mantenuto all’interno del sistema il più a lungo possibile e successivamente riesce ad essere reinserito all’interno di un ciclo di produzione. Come?

Partiamo dalle R su cui si basa l’economia circolare:

di riduzione.

In un deliberato atto di riflessione, ci si dovrebbe chiedere sempre più spesso quali siano i nostri bisogni e come soddisfarli. Tutto quello che acquistiamo risponde ad un nostro bisogno reale?

R di riuso.

L’anima del nostro secondo macrotema: come poter riutilizzare gli oggetti che consideriamo “rifiuti”, o prossimi allo scarto? Allungare il ciclo di vita di ciò che consumiamo è di fondamentale importanza.

R di riparazione.

Nella società odierna, quando un bene si rompe si è spesso portatз a comprarlo di nuovo: per convenienza economica, mancanza di tempo, incapacità di ripararlo in modo autonomo o incapacità di trovare una persona specializzata nel farlo. Così facendo, però, non si fa altro che contribuire all’aumento di rifiuti prodotti.

R di rigenerazione.

Senza entrare in tecnicismi complessi: la rigenerazione di un oggetto consiste nel suo disassemblaggio, riparazione, pulizia al fine di poter essere  successivamente venduto con le stesse funzionalità e aspetto estetico di un prodotto nuovo.

R di riciclo.

Riciclare è un passaggio di fondamentale importanza all’interno di un’economia circolare. Senza le tecnologie adeguate per riciclare i materiali che sono stati prodotti, è impossibile pensare ad un loro effettivo reinserimento all’interno di un ciclo produttivo. 

R di riprogettazione.

Il momento fondamentale dal quale tutto inizia: la progettazione, il design di un determinato prodotto o servizio determina tutto il suo ciclo di vita. Non va solo ad indicare quanto sarà funzionale o efficiente, ma stabilisce anche come potrà essere disassemblato, recuperato, riciclato, una volta ‘gettato’.

Photo by Bernard Hermant on Unsplash

Che cosa significa economica circolare quindi?

Per provare a dare una definizione di economia circolare, ci affidiamo alle parole che la Commissione europea ha usato nel 2015, quando ha proposto il primo pacchetto di riforme legislative per rendere più circolare l’economia dell’UE: un’economia “in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse è mantenuto quanto più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo.”

La struttura proposta si fonda quindi su una serie di passaggi, tra cui si inseriscono le R, che sono ripensati per essere circolarmente ripetitivi. Il ciclo ha inizio con l’estrazione di risorse minerali, che rimarrà necessaria fino a quando il sistema/tecnologia non sarà in grado di riciclare la maggior parte dei materiali e fornire le cosiddette materie prime secondarie, diminuendo così la dipendenza dalle e lo sfruttamento delle risorse naturali, risorse che comunque non sono infinite. Come abbiamo già visto, un passaggio fondamentale è poi la progettazione, in questo caso si parla di ecodesign, quindi di una progettazione ecocompatibile che presti attenzione a come un prodotto possa avere il minor impatto ambientale durante tutto il suo ciclo di vita. Il ciclo prosegue con la produzione; distribuzione; consumo; riuso, riparazione, raccolta, rigenerazione; riciclo (che va a produrre quelle materie prime secondarie, “nuovi” materiali da poter reintrodurre nel ciclo produttivo). Nonostante questa struttura, alcuni rifiuti residui minimi verranno comunque prodotti.

E le tre dimensioni della sostenibilità?

Partiamo dalla dimensione ambientale, in particolare parlando di emergenza climatica. I fenomeni climatici a cui stiamo già assistendo derivano dall’aumento di gas climalteranti, o gas a effetto serra (come anidride carbonica, metano etc). L’effetto serra è un fenomeno che occorre naturalmente, senza il quale la vita sul nostro pianeta non sarebbe possibile. Ciò che però mette in pericolo l’esistenza della vita come noi la conosciamo oggi, è l’aumento esponenziale di questi gas derivato da azioni umane come l’utilizzo di combustibili fossili (principalmente carbone e petrolio), nella produzione industriale e agricola, e la loro emissione dall’allevamento e derivante dalla deforestazione. 

Arriviamo quindi al punto di incontro tra emergenza climatica ed economia circolare: la riduzione di gas climalteranti è possibile anche grazie all’aumento di pratiche circolari. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, l’economia circolare ha il potenziale di ridurre le emissioni di gas climalteranti per varie ragioni, tra cui, in breve: sviluppare filiere senza rifiuti e inquinamento e mantenere il valore dei prodotti e dei materiali il più a lungo possibile all’interno del ciclo (Ellen MacArthur Foundation, 2019).

È possibile affermare che “sono molti gli studi e i documenti che sottolineano la rilevanza del contributo dell’economia circolare all’abbattimento delle emissioni: raddoppiando l’attuale tasso di circolarità, a livello globale si taglierebbero ben 22,8 miliardi di tonnellate di gas serra”, come scritto nel 3° Rapporto sull’economia circolare in Italia, a cura del Circular Economy Network (Fondazione Sviluppo Sostenibile). 

Il Rapporto sottolinea gli aspetti necessari da considerare perché l’economia circolare sia protagonista della transizione verso la neutralità climatica:

  1. riduzione dell’utilizzo delle risorse
  2. allungamento dell’utilizzo delle risorse
  3. utilizzo di materie prime rigenerative (dove non solo i materiali hanno la necessità di essere rinnovabili, ma anche l’energia utilizzata dovrà provenire da una fonte rinnovabile)
  4. riutilizzo delle risorse (riciclo dei materiali e produzione di materie prime secondarie)

Considerando anche solo quanto delineato fino ad ora, si può già riconoscere l’enorme potenziale di questo modello: un’azione di mitigazione all’emergenza climatica, che di conseguenza avrebbe impatti positivi per la società tutta, sia in termini sociali che economici. È importante sottolineare che le persone maggiormente vulnerabili al cambiamento climatico sono le persone socialmente, economicamente, culturalmente, istituzionalmente marginalizzate (IPCC, 2014). Inoltre, è sempre più chiaro il collegamento tra emergenza climatica e perdita economica. Per quanto riguarda l’Italia, viene riportato che “l’aumento di un grado di temperatura, tra il 2009 e il 2018, ha determinato, per le imprese italiane, una riduzione media del 5,8 di fatturato e del 3,4% in redditività” (ASVIS, 2021).

Proviamo però ad immaginare gli impatti socio-economici dello sviluppo dell’economia circolare. Una trasformazione profonda, come quella auspicata, potrebbe portare ad un panorama diverso all’interno del mercato del lavoro. In particolare, i settori maggiormente interessati dalle ‘professioni circolari’ sono quelli legati al riciclo, all’organizzazione e selezione delle risorse, al settore della rigenerazione, alla produzione di materie prime secondarie, ma anche ruoli in settori creativi legati all’ecodesign, oppure nel settore delle tecnologia e digitalizzazione (Schröder, 2020; Circle Economy&Ehero, 2020, Circle Economy, 2020). Altri lavori sono legati alle tecniche agronomiche, per fare in modo che i campi da cui deriva il cibo che ci nutre siano sani perché coltivati senza pesticidi o con l’utilizzo di fertilizzanti organici. Altre professioni che conosciamo già bene, come quelle di insegnante o di adettǝ alle consegne, avranno un ruolo ‘indiretto’ nello sviluppo circolare: nel settore della formazione per sviluppare quelle nuove competenze necessarie ed infine, nel settore della logistica di ritorno (Circle Economy, 2020).

In una recente pubblicazione, la Commissione europea, basandosi su un altro studio, ha sostenuto che “l’applicazione dei principi dell’economia circolare nell’insieme dell’economia dell’UE potrebbe aumentarne il PIL di un ulteriore 0,5% entro il 2030, creando circa 700 000 nuovi posti di lavoro. Esiste un chiaro vantaggio commerciale anche per le singole imprese: le imprese manifatturiere dell’UE destinano in media circa il 40% della spesa all’acquisto di materiali, i modelli a ciclo chiuso possono pertanto incrementare la loro redditività, proteggendoli nel contempo dalle fluttuazioni dei prezzi delle risorse” (Unione Europea, 2020).

Tuttavia, questa trasformazione avrà degli impatti negativi sui settori legati all’estrazione di risorse naturali e produzione da materie prime. È dunque necessario che questa sia una transizione giusta: il nuovo sistema dovrà essere sostenibile per ambiente, economia, società – solo così potrà essere inclusivo nei confronti di tuttз. E perché ciò diventi realtà, saranno necessari, tra gli altri, processi partecipati, protezioni sociali, programmi di riqualificazione (Schröder, 2020; WEF, 2021).

Inoltre, secondo Circle Economy, sono tre i pilastri su cui il mercato del lavoro circolare dovrebbe basarsi: la formazione e la riqualificazione, necessarie per le nuove competenze richieste; lavori di qualità, con un compenso equo; un mercato del lavoro inclusivo, che fornisca delle opportunità a tuttз, in tutto il mondo. (Circle Economy, 2020)

Per concludere, vogliamo ricordarvi che “garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo” è l’Obiettivo 12 dell’Agenda 2030 dell’ONU. Dal breve e certamente non esaustivo approfondimento sull’economia circolare qui delineato, è evidente come l’applicazione di questo sistema potrebbe essere una via percorribile per il raggiungimento anche di altri Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e per fare in modo che quei futuri possibili che spesso vi invitiamo ad immaginare con noi, possano diventare la nostra realtà.

Bibliografia

 

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