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Il sistema agroalimentare trentino

Organizzazioni, produttori e “mangiatori” sono stati intervistati da una giovane laureata per indagare il sistema di produzione e consumo alimentare in Trentino, in particolare ricercandone la sostenibilità e i cambiamenti durante la crisi pandemica.

Abbiamo intervistato Silvana Calovi Burrell, giovane laureata in Gestione delle Organizzazioni e del Territorio, che ha studiato per il lavoro finale del suo percorso di studi il sistema agricolo trentino, dialogando con consumatori, associazioni e produttori. La sua tesi si intitola “Riflessioni sulla transizione verso una filiera agroalimentare trentina più sostenibile e resiliente: l’occasione del COVID-19” ed è stata redatta con il supporto della relatrice Marta Villa e dei docenti Massimo Zortea e Francesca Forno.

Silvana viene dalla Bolivia, padre trentino e madre boliviana. Insieme alla sua famiglia ha avviato, circa 30 anni fa, una piccola impresa che elabora prodotti alimentari e che aiutano a piccoli produttori di latte della zona. Prima di trasferirsi a Trento, ha studiato Scienze dell’Educazione e Psicologia nel suo paese.

Silvana Calovi Burrell.

Cosa ti ha spinto ad approfondire questo tema per la tua tesi di laurea?

In realtà è stato un processo lungo quello della mia scelta dell’argomento. Tutti i temi a cui avevo pensato erano legati all’agricoltura e al fatto che stiamo vivendo una disconnessione con la terra, con il cibo che mangiamo. Durante il lockdown ho visto ad esempio, sui social e anche nella mia esperienza personale, la volontà di piantare i propri semi e questo mi ha fatto riflettere proprio su queste tematiche. Ho deciso di approfondire tutti i problemi legati al fatto che non stiamo più coltivando e curando il nostro cibo, quindi tutto quello che riguarda monocoltura e pesticidi.

Nella pratica, come si è svolto il tuo lavoro?

Ho intervistato organizzazioni che si occupano di agricoltura qui nel territorio, dei diritti degli agricoltori e di sostenerli in processi burocratici ed amministrativi, che mi hanno dato un’idea generale e mi hanno permesso di guardare ai problemi rilevati in un ampio raggio. Poi, ho intervistato gli agricoltori per conoscere la loro prospettiva e infine i consumatori per capire se fossero consapevoli di tutte le problematiche retrostanti al sistema alimentare.

Quali sono le caratteristiche del sistema agroalimentare trentino e ci sono delle differenze nei modi in cui esso è percepito da consumatori, produttori ed organizzazioni?

Il sistema agroalimentare trentino è abbastanza organizzato. Ho rilevato alcuni problemi, fatti emergere dagli agricoltori, in particolare il fatto che si promuovano di più le industrie grandi e le coltivazioni su larga scala. Invece, viene penalizzata nella pratica la piccola produzione, nonostante a parole si promuova l’alimentazione sana e sostenibile. La stessa cosa è osservata anche dalle organizzazioni, appunto ci sono organizzazioni che si occupano dei diritti dei piccoli agricoltori, come l’ARI. Da parte dei consumatori, l’idea di cibo sano non si esaurisce nel piatto. Io, comparando con la Bolivia, ho visto che i cittadini non si accontentano di aggiungere delle verdure e di limitare la carne per parlare di alimentazione sana, sono molto più attenti e con uno sguardo più ampio e critico. Sono poi attivi sul territorio numerosi gruppi di acquisto solidale, come anche organizzazioni che si occupano di sensibilizzazione sul commercio equo-solidale ad esempio. Non ho mai osservato in altri posti un’attenzione così forte, uno sguardo che non si limita al territorio ma guarda alle filiere globali.

Cosa è cambiato con la crisi del Covid-19, nelle percezioni degli intervistati e nel sistema in generale?

Quello che ho visto, intervistando i consumatori, è stata la questione di sostenere i produttori in difficoltà. Questo, a mio avviso, è dovuto anche alla peculiare struttura del territorio: basta fare due passi fuori dalla città per vedere le campagne. Il fatto di poter vedere come coltivano rende il consumatore più vicino alla produzione, tra agricoltori e “mangiatori” c’è un legame. Penso che questa tendenza ad avvicinarsi ai produttori si sia rinforzata nell’ultimo periodo, ma la grande questione è quella relativa a quanto durerà questo interesse da parte dei consumatori. La crisi economica in atto non facilita l’accesso per tutti a prodotti di un certo tipo.

I produttori hanno iniziato con la vendita online o la consegna a domicilio. Alcuni intervistati hanno sottolineato come siano i produttori stessi a sapere quali sono i prodotti migliori. Mi spiego meglio: gli agricoltori vogliono sentirsi riconosciuti come esperti del loro prodotto. Perché, quando vado al mercato, non posso scegliermi io il prodotto, toccandolo? I produttori che ho intervistato sostengono che siano loro a sapere quali sono i prodotti più buoni, dimostrando la necessità di una relazione tra gli agricoltori e i consumatori. Ci ho visto una grandissima opportunità di formazione da parte dei produttori per i consumatori: al mercato, ad esempio, ho visto i produttori consigliare su come consumare un certo tipo di formaggio, oppure dare delle indicazioni per ridurre lo spreco.

Quali sono i passaggi da fare per creare un sistema agroalimentare migliore qui in Trentino, sia secondo te sia secondo quanto hai rilevato?

È stato molto difficile rilevare questi aspetti qui in Trentino, almeno da parte mia. Si potrebbe però sicuramente migliorare il contatto con l’esperienza diretta con la produzione, fin dai bambini. Quando visitavo alcune aziende, c’era quasi paura a fare entrare nei campi chi arrivava, per motivi come la paura che il visitatore inciampi in un contesto di mancanza di assicurazioni per lui o lei. Questi aspetti allontanano un po’ i cittadini, bisognerebbe che essi entrassero direttamente in contatto con gli alberi, le piante, gli animali. Ci sono alcune iniziative sullo stile “adotta una pianta”, ma sono poco spontanee, molto regolate. D’altra parte, bisognerebbe stimolare gli acquisiti al mercato. Nelle mie interviste, è forte la parola “memoria”, con persone che mi dicevano “mi ricordo che mia mamma acquistava al mercato da quel consumatore quel prodotto”. Bisogna riportare in auge questa memoria, facilitare questo incontro tra consumatori e produttori.  Questi aspetti culturali come la memoria, la fiducia con il produttore sono molto importanti, di più dell’aspetto economico, che va comunque rilevato come un problema di accesso a determinati prodotti per una fetta importante dei cittadini.  

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