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Se il mare è una pentola bollente e la vita muore

La temperatura sale oltre i 40°, ma nessuno sembra preoccuparsi delle cause, ma solo di salvarsi. C'è chi invece non ha scelta: le vite presenti nei mari vengono uccise da questo calore.

Il surriscaldamento dei mari porta anche alla morte/di Wirestock freepick

Canada, poche settimane fa. Un caldo infernale. E non lo si dice così per dire, come espressione del linguaggio comune a indicare temperature poco sopportabili che ci invitano ad abbassare finestrini, tuffarci in piscina, mettere i polsi sotto le fontane e mangiare qualche gelato più del previsto. Le parole vanno usate con parsimonia, ma ci sono situazioni che solo parole forti possono avvicinarsi a descrivere. In Canada il caldo è stato infernale davvero: oltre 177 incendi e più di 700 decessi dovuti a temperature che si sono rivelate le più alte mai registrate nel Paese e che minacciano nuovi picchi.

Lo sappiamo eppure facciamo a finta di niente: “non ci sono più le stagioni di una volta”, eh? No, e la colpa è nostra: gli effetti dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento globale si avvicinano sempre più a diventare un “affare nostro” (se mai possiamo aver pensato che non lo fossero). Manifestazioni climatiche sempre più estreme ci sbattono in faccia responsabilità e conseguenze, che purtroppo non si esauriscono più nel fastidio di pulire vetri e terrazzi inondati improvvisamente da piogge monsoniche.

Gli scienziati lo stanno dicendo già da tempo. E adesso che il paradiso naturalistico e faunistico della British Columbia è diventato, appunto, un inferno, sapete gli scienziati che cosa aggiungono? Che il mare sta cuocendo la vita che contiene, diventando una sorta di grande pentolone di acqua bollente: oltre un miliardo di creature marine lungo le coste canadesi del Pacifico sono morte a causa di questa ondata di caldo record, mettendo in triste evidenza la vulnerabilità degli ecosistemi non avvezzi a queste temperature.

Una cupola di calore che per giorni ha soffocato la vita umana e animale sulla terra, ma non ha risparmiato neanche quella marina: i biologi dell’Università della British Columbia hanno calcolato che oltre un miliardo di animali sia stato ucciso da questo inusuale calore. E una camminata lungo il litorale di Vancouver, come racconta Christopher Harley a The Guardian, ha reso la devastazione visibile e udibile. Sì, perché la spiaggia scricchiola a ogni passo sui gusci delle cozze morte e l’odore di animali in decomposizione – cotti appunto dalle temperature elevate – risulta insopportabile. Stelle marine, lumache e vongole erano in putrefazione nelle acque poco profonde della costa. Un’esperienza viscerale, stomachevole per molti, ma anche profondamente triste. In particolare per le cozze, molluschi resistenti a temperature intorno ai 30°C, o per i cirripedi, che solitamente possono tollerare, anche se per poche ore, temperature di quasi 40°C, che si sono trovati improvvisamente lungo una costa incandescente, oltre i 50°C. Impossibile sopravvivere.

Com’è facile intuire, però, non si tratta solo di qualche migliaio di mitili e crostacei: la loro scomparsa grava su tutto l’ecosistema di cui essi fanno parte, per esempio con un lavoro di filtraggio dell’acqua che la mantiene pulita e permette al sole di arrivare in profondità e alimentare la vita di altre creature che abitano i fondali. Un solo metro quadro di cozze è “casa” per dozzine di specie – e sono solo cozze. Quanta altra vita è scomparsa con questa singola ondata di calore? Anemoni di mare, ostriche e scorfani, solo per citarne alcuni. Perché se le cozze, in un tempo di due anni circa, possono rigenerarsi, altri molluschi e vongole vivono per decenni e si riproducono con tempi molto più lunghi, che richiederanno quindi un intervallo molto più significativo prima che riescano a ripopolare la zona – a patto che non ci siano altre ondate come la precedente, condizione d’altronde decisamente improbabile e nota agli scienziati, preoccupati perché ondate come questa saranno invece sempre più frequenti e comuni. 

Una situazione che impedirà a molte specie di stare al passo con i tempi e adattarsi a cambiamenti indotti dalle conseguenze dei cambiamenti climatici con tempi molto più veloci di quelli che potrebbero tollerare, e che saranno causa di variazioni drastiche e imprevedibili degli ecosistemi.

Gli scienziati, anche in Italia, ovviamente lavorano per la ricerca, senza la pretesa di poter risolvere magicamente le cose ma mettendo in campo strumenti di indagine sempre più puntuali e preziosi con l’indefessa speranza di trovare soluzioni e alternative, ma anche di misurare gli impatti e dove possibile prevenire le catastrofi: nel mar Tirreno, ad esempio, una rete sottomarina di sensori-termometri è l’obiettivo del progetto MedFever (con attori MedSharksEneaLush e subacquei volontari nell’ambito di attività di citizen scienceper misurare ogni 15 minuti la temperatura del mare e comprendere l’impatto del surriscaldamento sugli ecosistemi sommersi. Perché anche i nostri mari hanno la febbre, e non certo quella dei sabati sera che diventano poi focolai di contagi Covid: i mari sono i termosifoni del Pianeta, dichiara Eleonora de Sabata, presidente di MedSharks e coordinatrice del progetto, una riserva di calore e di energia per il sistema climatico le cui anomalie possono però tradursi in eventi tragici che non solo debilitano, ma anche distruggono, interi ecosistemi. E se dei nostri cari, quando hanno la febbre, ci prendiamo cura con grande affetto e dedizione, perché non dovremmo farlo con la Terra che ci ospita, ci nutre e ci permette di sopravvivere?

*articolo pubblicato sul sito del nostro partner unimondo.org.

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