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“Non chiamateli rifiuti. Sono stracci, valgono molto di più”

Tommaso Santi e Silvia Gambi vengono da Prato e hanno girato “Stracci” (2021), un documentario che racconta un’attività più che centenaria che si svolge nella città toscana, dove vengono recuperati capi d’abbigliamento in lana a cui viene data una seconda vita. Lo straccio, a Prato, è l’abito usato, che ha una sua dignità.

Stracci, il documentario di Santi e Gambi, è stato presentato ai LunAdì de L’Ortazzo

In qualsiasi parte del mondo lo straccio è, secondo la definizione data da Treccani, un “indumento di tessuto, pezzo o ritaglio di stoffa scartato perché non più utilizzabile per il suo uso primario”. In qualsiasi parte del mondo tranne a Prato, in Toscana, dove da 150 anni gli stracci sono gli abiti usati prodotti dai “cenciaioli” con dei tessuti in lana che acquistano una seconda vita e che provengono da ogni parte del mondo, in modo particolare da India e Pakistan.

A raccontare questa storica realtà il documentario “Stracci”, realizzato da Tommaso Santi e Silvia Gambi, che cura un blog e un podcast dedicato alla moda sostenibile (“Solo moda sostenibile”).

“Stracci” è stato lanciato a novembre 2021: a maggio sarà disponibile anche sulla piattaforma Amazon Prime, mentre per il momento si può trovare sulla piattaforma CG Digital e su Chili. Il documentario, che sta girando il mondo tra Parigi, Los Angeles e Saint Louis, è stato presentato nella seconda serata dei “LunAdì” de L’Ortazzo, il 14 marzo, al teatro di Calceranica al Lago: Tommaso Santi, documentarista pratese, ha dialogato con la giornalista Michela Grazzi dopo la proiezione del filmato.

“Sono pratese ma vengo da una famiglia che, per varie generazioni, non ha avuto persone impiegate nell’industria tessile – ha detto Santi – per questo ho potuto osservare questa realtà con occhi vergini, quelli di un osservatore che, arrivato in un posto, si accorge di quanto questo sia straordinario. E si arriva a parlare di magia quando si pensa che l’industria pratese si è basata e continua a basarsi da 150 anni su persone che, con prodotti di lana buttati nella spazzatura, creano tessuti che in alcuni casi sono addirittura migliori di quelli fatti con la lana vergine”.

Nessuno, fuori da Prato, usa la parola “straccio” con il significato di abito usato. E quasi nessuno, fuori da Prato, conosce quel che succede a Prato. “Non solo in Trentino – ha spiegato Santi -, anche a Firenze, a pochi chilometri di distanza, pochi conoscono la realtà di Prato. Con Silvia, quindi, abbiamo deciso di raccontare questa storia in maniera non folkloristica, ma attualizzandola”.

Dal 1° gennaio 2025, infatti, la raccolta differenziata dei rifiuti tessili diventerà obbligatoria a livello europeo. L’Italia ha anticipato la direttiva europea, e l’obbligo è già scattato a partire dal 1° gennaio 2022.

La buona pratica di Prato, in questa cornice, acquista ancora più significato. “La città è nata con una vocazione tessile senza però avere le pecore – ha raccontato il documentarista -, quindi senza materia prima, ed è stata emarginata da Firenze, dove si facevano i filati di lana, già nel Medioevo. Questo però è stato un vantaggio, perché i pratesi hanno imparato a usare la lana vecchia e a rigenerarla. Fino al Duemila quest’attività non veniva pubblicizzata: sia il produttore sia il cliente si vergognavano degli ‘stracci’, anche se il pratese guadagnava molto da questa pratica”.

Il documentario inframmezza interviste girate appositamente a colloqui condotti nel 2008 da Tommaso Santi. “In quel periodo volevo scrivere un testo di fantasia ambientato in un magazzino di cenciaioli”, ha detto.

A Prato i cenciaioli lavorano solo la lana. “Sarebbe importante, visto che l’utilizzo della lana è decisamente meno significativo di quello di altri materiali d’abbigliamento – ha aggiunto Santi -, capire come riciclare anche altri tipi di materiali”.

Un punto molto importante è che un capo non deve essere solo “riciclato”, ma anche “riciclabile”: “Il produttore deve mettere in condizione chi riciclerà quel capo di poterlo fare – ha spiegato Santi -; bisogna pensare al riciclo già in fase di produzione”. Un’altra necessità che emerge nel mondo della moda e dell’abbigliamento è quello di consumare meno. Ne avevamo già parlato con Deborah Lucchetti, referente per l’Italia di Campagna Abiti Puliti: “Non abbiamo bisogno di produrre, vendere e comprare tutto ciò che c’è attualmente sul mercato, perché è troppo”, aveva affermato Lucchetti.
“E non chiamateli rifiuti. Sono stracci, valgono molto di più”: si chiude con quest’affermazione il documentario, che da Prato si sposta anche ad Accra, in Ghana, dove c’è la discarica di rifiuti tessili più grande dell’Africa. Rifiuti tessili che arrivano da tutto il mondo, e che bisognerà imparare a riusare e riciclare.

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