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Zone umide, quanto ci fanno risparmiare?

Le oasi sono dei "paradisi" di biodiversità, ma spesso vengono dimenticate e rischiano di scomparire perché non vengono protette al meglio. Leggete questo articolo di Anna Molinari pubblicato su Unimondo per capire la loro importanza.

Le zone umide sono estremamente importanti per il nostro pianeta perché tutelano la biodiversità/ Foto di Daniele Mattiolo/ Unsplash

Uno dei brani più famosi e amati di Bruce Springsteen è sicuramente Badlands, urlo gridato in faccia alle periferie che non fanno sconti, alzato da chi sente forte l’urgenza di affrancare la propria vita dal disprezzo, parole e note furiose e disilluse, eppure inclini a confermare il diritto all’autodeterminazione e alla denuncia sociale. Chissà se un inno altrettanto incisivo possa essere cantato anche alle Wetlands, le zone umide. Già, perché anche loro avrebbero bisogno di essere portate alla ribalta in quanto aree chiave per la biodiversità.

Poche settimane fa (il 2 febbraio, ricorrenza dell’adozione della Convenzione di Ramsar del 1971) è stata celebrata la “Giornata mondiale delle Zone umide” ma tra pandemie, guerre e pensieri quotidiani non ce ne siamo nemmeno accorti. Che poi, queste giornate sono un po’ come dover festeggiare compleanni ogni giorno, dopo un po’ ci stanchiamo e non ci facciamo più nemmeno caso. Eppure ci sono questioni che meriterebbero attenzione proprio ogni giorno, soprattutto nei giorni qualunque. Ecco perché ve ne parlo oggi, perché non c’è nessuna ricorrenza che ne solleciti la discussione, ma le zone umide restano di importanza fondamentale per la nostra sopravvivenza.

Si tratta di prati umidi, paludi, torbiere o aree inondate, con acque ferme o in movimento sia dolci che salmastre o salate, comprese le zone di acqua di mare a profondità basse. E non è un’iperbole dire che ci servono per sopravvivere: le zone umide forniscono servizi ecosistemici naturali e gratuiti, sono serbatoi di carbonio (da 600 a 2000 gC/m2 all’anno), contribuiscono al contrasto dei cambiamenti climatici, svolgono funzioni di depuratori naturali delle acque con funzioni di filtraggio biologico tramite le piante e filtraggio chimico e fisico attraverso il suolo, proteggono dalle inondazioni e regolano i flussi idrologici, contrastano l’erosione del suolo, forniscono fibre e materiali e ospitano migliaia di specie diverse, senza contare le potenzialità turistiche che contengono. Sembra ancora così esagerato dire che sono indispensabili alla nostra vita sulla Terra?

Nello slogan scelto per l’edizione 2022 è raccolto tutto il necessario. “Value, manage, restore, love”: riconoscerle e valorizzarle, gestirle con scelte e strumenti adeguati di tutela, recuperarle là dove sono andate perse o distrutte da abusi e antropizzazione senza limiti; e poi amarle, perché è quando vogliamo bene a qualcosa che ci attiviamo per proteggerla, per difenderne la bellezza e l’importanza biologica e naturalistica. Si tratta di lagune, paludi, stagni, laghi, ecosistemi fragili e preziosi tutelati anche dal WWF che, guarda caso, ha istituito la prima delle attuali 100 Oasi nel 1967 proprio al lago di Burano, in Toscana, e ha recentemente stilato il report “One Million Ponds” dove sono raccolti i risultati della campagna per la tutela e sensibilizzazione sulle piccole zone umide. E come ci ricordano gli amici di Rivista Naturale Oasi WWF “da sole ospitano ben il 66% degli habitat prioritari della direttiva 43/92/CEE per la bioregione “alpina”, il 57% per quella “continentale” e il 65% per quella “mediterranea”.

Le zone umide costituiscono il 6% della superficie terrestre, molte zone sono andate perdute/ Foto di Alex Simpson/ Unsplash

Anche a livello mondiale, l’attenzione sulle zone umide si sta alzando: costituiscono il 6% della superficie terrestre e dall’inizio del secolo scorso più della metà è andata perduta (in Europa il 90%, in Italia il 66%), principalmente perché non ne conosciamo le funzioni, l’importanza, il valore. Probabilmente anche perché, dalle fiabe fino alle bonifiche e alle conversioni in aree agricole o deputate allo sviluppo urbano della storia più recente, le paludi e più in generale le zone umide sono sempre state associate a luoghi infausti, difficili da oltrepassare e da coltivare, principalmente ostacoli al regolare movimento e alle ordinarie attività umane. Scopriamo invece, in tempi purtroppo recenti, che le paludi sono tra i più produttivi ecosistemi terrestri, contenendo enormi quantità di energia in forma di sostanza organica, ma anche generando valore. Valore che uno studio dell’Università di Waterloo ha recentemente provato a quantificare in termini di mercato (operazione che già lo stesso WWF aveva avviato con uno studio del 2014, considerando parametri diversi e quantificando una cifra intorno ai 70 miliardi di dollari l’anno) prendendo ad esempio, come caso studio, una zona umida dell’Ontario meridionale, in Canada. Il contributo alla rimozione del fosforo (la cui sorgente principale sono le sostanze chimiche usate in agricoltura e nelle acque di scarico), composto che produce un pesante inquinamento dei terreni, causando l’aumento di alghe microscopiche che determinano un peggioramento delle condizioni della fauna ittica, è ineguagliabile in termini di costi/benefici se paragonato ad altri mezzi nel raggiungimento dello stesso risultato. Dallo studio è infatti emerso che gli ecosistemi di palude sono in grado di rimuovere una parte consistente di fosforo attraverso processi biologici che lo intrappolano nei sedimenti e nella vegetazione, per un valore economico che va dai 4 ai 7 miliardi di dollari l’anno solo in Ontario. 

Non è dunque che la natura lavori gratis per nostro conto. A lei con ogni probabilità non interessa molto di noi, se non nella misura in cui siamo uno dei tanti attori di un equilibrio precario che tende a funzionare e a migliorarsi per essere sempre più efficiente e raggiungere i risultati migliori con il minor dispendio energetico possibile. Il fatto è che ancora una volta noi umani ci si mette lo zampino, tendenzialmente per scombinare queste delicate dinamiche per vantaggi di breve periodo, senza considerarne le conseguenze.

*Articolo pubblicato su Unimondo

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