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Per fare un orto ci vuole un seme

Matteo Cereda, che scrive di orto sul suo blog, è stato ospite dello scorso LunAdì de L’Ortazzo. Ha proposto agli appassionati di iniziare ad occuparsi del proprio orto a partire da un semenzaio.

Il penultimo LunAdì de L’Ortazzo dal titolo “Per fare un orto ci vuole un seme” ha ospitato Matteo Cereda, blogger di ortodacoltivare, in cui si occupa di divulgazione sulla coltivazione delle orticole. Se vi siete persi l’incontro, lo trovate registrato sulla pagina Facebook de L’Ortazzo.

La serata si è svolta nel periodo giusto per parlare di questi temi: a partire da aprile, infatti, si può piantare nell’orto quasi tutto. Tuttavia, Cereda ha consigliato agli appassionati di partire da un passo precedente a quello della coltivazione, quello di produrre da sé i propri semi. Approcciarsi all’orticoltura a partire dai semi non è così scontato, ma Matteo è riuscito a trasmetterci la passione per cui iniziare a farlo e ce ne ha elencato numerosi vantaggi. Innanzitutto, ci racconta, prendere le piantine al vivaio “è come perdersi il primo capitolo del libro”. A livello ecologico, poi, dobbiamo ricordarci che il trasporto di piantine in agricoltura di vasta scala rendono meno sostenibile l’orto. “L’alternativa per il nostro orto è quella di costruire un semenzaio e fare ciò che serve da noi, con un notevole risparmio”, aggiunge l’ospite. I vantaggi di avere i propri semi non finiscono qui. Un semenzaio permette di diventare dei veri e propri “custodi delle sementi”, occupandosi di anno in anno di replicarli con cura e di assumersi la responsabilità di portare avanti la coltura. Infine, avere le nostre sementi ci permette di non avere una scelta limitata come quella che abbiamo quando andiamo in vivaio.

Tuttavia, il blogger ci ha spiegato che per avere delle piantine pronte per la primavera bisogna essere attrezzati ed organizzati. Per crescere, il seme ha bisogno di calore, luce ed umidità, quindi devono essere piantati in ambienti protetti e riscaldati, poi bisogna lasciare che la piantina cresca fino a 10 cm circa – si tratta di 30, 40 giorni circa –  e prestare attenzione al momento adatto per piantarla, ovvero ricordarci in particolare che anche le temperature notturne non devono essere troppo basse. Nella fase del trapianto, sappiamo che stiamo spostando la piantina troppo presto se la terra sotto si sgretola e in questo modo rischio di rovinare le radici, d’altra parte se la stiamo trasportando troppo tardi lo capiamo osservando il colore troppo scuro delle radici e un eccessivo aggrovigliamento delle stesse, oltre che il patimento delle foglioline più basse.

L’ambiente, che di solito deve avere una temperatura attorno ai 20, 25 gradi, può essere riscaldato in diversi modi. La prima ipotesi proposta da Matteo è quella di creare una serra chiusa con l’esterno trasparente, così da sfruttare il calore dei raggi del sole ed ottenere naturalmente la luce necessaria. Esiste comunque anche l’alternativa di creare un semenzaio in casa. Come? Bisogna innanzitutto o avere una zona bene illuminata dall’esterno oppure attrezzarsi per illuminarla artificialmente.

Per il semenzaio bisogna usare vasetti forati sotto, oppure, per ridurre l’uso di plastica, utilizzare il “soil blocker”. Si tratta di una pressa che produce piccoli cubi di terra in cui si inseriscono i semi, con vantaggi anche per la pianta stessa, che non deve adattare le proprie radici ai limiti del vaso.

“Quando acquistiamo dei nuovi semi, dobbiamo osservare due aspetti: la certificazione bio e la presenza o meno della sigla F1 che indica un seme ibrido” spiega Matteo. Il seme ibrido consiste in una selezione di laboratorio effettuata incrociando due linee genetiche. “Non si tratta quindi di una varietà che si è stabilizzata nel tempo, come una semenza antica e tradizionale; l’ibrido è un seme che deriva da un incrocio. Per noi coltivatori questo non crea danni al primo anno, ma, se vogliamo preservare la semente, il figlio che nascerà da queste piante non preserverà le caratteristiche dell’anno precedente, non si può prevedere il DNA che ne uscirà”, spiega l’esperto.

L’interesse del pubblico porta Matteo a raccontare il valore educativo dell’orto. “L’orto ci riconnette con la natura e restituisce il rapporto con il cibo. Proprio per questo, soprattutto nel periodo che stiamo vivendo, è un’idea adatta per i bambini” risponde l’ospite. L’orto infatti insegna la pazienza, la stagionalità, il valore del tempo e l’importanza di prendersi cura di qualcosa. Matteo ha proposto anche alcune attività per coinvolgere i bambini nell’orto: “ad esempio possono contare i semi che ci servono, oppure si può seminare un fagiolo insieme a loro. Quest’ultima idea è particolarmente adatta per i bambini perché la germinazione avviene direttamente dal cibo stesso che è il fagiolo, e i più piccoli in questo modo colgono con più immediatezza il contatto con la terra”. 


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