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Ecologia fa rima con democrazia?

Ogni paese ha un tasso di rivoluzione verde diverso. Tra i fattori che influiscono maggiormente ci sono la democrazia, la disuguaglianza sociale ed economica presente tra la popolazione.

Un unico mondo, ma tante disparità sia a livello sociale ed economico che a livello ecologico/Foto di Markus Spiske/ Unsplash

Il buon senso fa pensare che non ci può essere, o almeno non ci dovrebbe essere, tutela ambientale senza giustizia sociale. Ce lo ricordava anche Chico Mendes, sindacalista, politico e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988, per il quale “L’ambientalismo senza anticapitalismo è giardinaggio“. Ma la scienza? In molti studi il ruolo esercitato da questi due aspetti ha lasciato spazio ad interpretazioni diverse e talvolta molto controverse fra loro.

Se da un lato, infatti, i regimi democratici hanno maggiori probabilità, sia di salvaguardare le libertà e i diritti civili individuali, sia di promuovere la creazione di istituzioni chiave che possano sostenere lo sviluppo scientifico e tecnologico di un Paese (come per esempio università, centri di ricerca di qualità, sistemi di protezione dei diritti di proprietà intellettuale…), dall’altro lato nei Paesi meno democratici lo stato centrale spesso fornisce un più forte e diretto stimolo allo sviluppo tecnologico. In entrambi i casi un occhio di riguardo per la sostenibilità e l’ecologia e tutt’altro che scontato.

 A giugno, però, lo studio Inequality, democracy and green technological changepubblicato sul Journal of Cleaner Production ha chiarito che tra i fattori in grado di influenzare lo sviluppo di innovazioni verdi c’è anche la democrazia, visto che “disuguaglianza di reddito e la presenza di regimi politici più o meno autoritari non aiutano gli investimenti in questo campo“. 

Analizzando 77 Paesi dal 1980 al 2013 e usando i dati dei brevetti in materia ambientale come misura dell’eco-innovazione, il confronto fra i Paesi in via di democratizzazione e quelli che invece hanno conservato istituzioni autocratiche durante tutto il periodo considerato non lasciano dubbi: “il numero dei brevetti verdi prodotti è maggiore per i Paesi in cui le istituzioni stanno evolvendo verso regimi più democratici”. Questo risultato è stato confermato anche dalle analisi empiriche condotte dallo studio in oggetto, che hanno dimostrato come “cittadini liberi e informati favoriscono la diffusione di prodotti e processi più puliti, mostrando le loro preferenze verso beni a basso impatto ambientale e innescando così un meccanismo virtuoso per gli investimenti verdi”. 

Secondo il gruppo di lavoro che ha lavorato all’indagine “anche la disuguaglianza può fungere da stimolo alle innovazioni verdi attraverso la presenza di consumatori pionieri, e cioè di piccoli gruppi di cittadini ricchi con la capacità e la volontà di acquistare beni puliti tendenzialmente associati (almeno all’inizio della loro vita sul mercato) a prezzi più alti”. Attraverso la loro visione “pionieristica” dei beni verdi, essi stimolano la loro domanda, incoraggiando il processo innovativo e promuovendo, così, una riduzione dei prezzi che permette anche ai consumatori a basso reddito di acquistare i “nuovi beni verdi”. Tuttavia, se il reddito dei consumatori più poveri è troppo basso, la diffusione di massa della nuova innovazione verde è lenta o inconsistente”.

L’analisi condotta, che ha esaminato l’effetto del coefficiente di Gini (che misura la disuguaglianza nella distribuzione dei beni) sulla produzione di brevetti verdi, ha così messo in luce che il rispetto dei diritti economici, sociali e culturali condiziona la domanda e la diffusione di tecnologie verdi, soprattutto nei Paesi che hanno già un alto livello di reddito. 

I brevetti esaminati dimostrano inequivocabilmente che la democrazia è anche funzionale alla riduzione delle disuguaglianze nello stile di vita della popolazione: “Il consumo di beni sostenibili aumenta solo dopo che il Paese ha raggiunto una certa soglia di reddito procapite, e se la quota di consumatori al di sopra di questa soglia aumenta (per esempio, a causa di politiche di ridistribuzione e di welfare), aumenta anche la diffusione e il consumo di questi beni”. Di fatto benché la presenza di una classe sociale più ricca possa essere un fattore abilitante per l’eco-innovazione, dall’altro essa è largamente influenzata dalle condizioni economiche generali del Paese considerato. 

Resta da capire a questo punto come disuguaglianza e democrazia interagiscano fra loro, e cioè se la distribuzione del reddito esercita il suo effetto sull’eco-innovazione sempre allo stesso modo, o se dipende del tutto o in parte dall’assetto istituzionale presente. Per ora appare chiaro che l’effetto della democrazia diminuisce con l’aumentare della disuguaglianza, che a sua volta influenza la diffusione e lo sviluppo dell’eco-innovazione. Lo studio, tuttavia, non tiene conto delle diverse innovazioni legate alla sostenibilità ambientale e al momento non ci sono analisi dettagliate che tengano conto delle differenze nei brevetti dell’universo “verde”, per esempio tra controllo dell’inquinamento e energie rinnovabili, ma pone l’attenzione su quanto politiche di redistribuzione del reddito, insieme alla maggiore democratizzazione delle istituzioni governative, rappresentino oggi delle strategie chiave per stimolare lo sviluppo di tecnologie pulite.

Un dato preoccupante se pensiamo che nel 2020, con gli effetti economici e sociali della pandemia da Covid-19 ancora parziali, il World Economic Forum (WEF) nel suo Global Social Mobility Report, realizzato in base a un nuovo indice che misura la mobilità sociale e quindi la disuguaglianza in 82 Paesi del mondo, aveva evidenziato come “La maggior parte delle economie non riesce a fornire le condizioni in cui i suoi cittadini possono aumentare la loro mobilità sociale“. Di conseguenza, le opportunità di un individuo nella vita rimangono sempre più legate al suo status socioeconomico alla nascita, rafforzando le disuguaglianze storiche. Questo rimane un grosso problema non solo per gli individui, ma anche per la società, l’economia e come abbiamo visto anche per l’ecologia. Così, anche se la povertà estrema è diminuita in molti Paesi, l’ingiustizia economica e sociale è in crescita quasi ovunque e sul banco degli imputati c’è una cattiva elaborazione delle politiche economiche e sociali pre e post pandemia. 

Se il capitale umano è la forza trainante di una rivoluzione verde, tutto ciò che mina lo sviluppo di talenti e impedisce la redistribuzione e la diffusione di capitale, ostacola  in modo significativo la sua crescita.  Per il WEF, infatti, “Se il livello di mobilità sociale aumentasse, potrebbe fungere da leva per la crescita economica” e di conseguenza anche in parte per una crescita ecologica. Per questo non sembra assurdo dire che ecologia oggi fa sempre più rima con democrazia!

*Articolo pubblicato dal nostro partner Unimondo.org

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