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Così si difende la sovranità alimentare in Italia

Il convegno nazionale delle comunità a supporto dell'agricoltura 2021 a Trento cerca di creare sinergie e reciproca conoscenza tra realtà territoriali.

Esistono già delle pratiche che ripensano e reinventano il rapporto che abbiamo con il cibo. In Trentino ci sono, per esempio, le CSA (Comunità a supporto dell’agricoltura) e i GAS (Gruppi di acquisto solidale). Spesso però queste pratiche sono trattate come soluzioni di nicchia. L’incontro di sabato 13 novembre, “Soluzioni sociali per problemi epocali”, che si è svolto nella Facoltà di Sociologia a Trento, ha cercato di far uscire dalla nicchia queste pratiche, facendole conoscere a un pubblico più ampio. L’incontro si è tenuto nell’ambito del Convegno nazionale delle Comunità a supporto dell’agricoltura 2021.

“Sprechiamo un terzo del cibo che produciamo”, ha spiegato Francesca Forno, professoressa di Sociologia dell’Università di Trento, che ha organizzato il convegno. “Come si fa, quindi, a rendere più sostenibili i consumi delle persone? Oggi si parla molto di soluzioni tecnologiche, come se la transizione verso una società sostenibile potesse avvenire solo attraverso una tecnologia che ci permetta di continuare a percorrere la stessa via sulla quale ci siamo avviati: il consumo ad ogni costo. Consumiamo risorse del nostro pianeta che non sono riproducibili; o, perlomeno, che non sono riproducibili al ritmo in cui noi le consumiamo”.

La città è il luogo dove ci si muove e dove si fa la spesa. Non esiste un posto migliore dal quale partire per ripensare ai nostri consumi alimentari. “Sono le città – ha aggiunto Forno – che possono aiutarci a rendere la sostenibilità più praticabile. Come sociologi stiamo da tempo osservando come un numero sempre maggiore di persone adotti pratiche di acquisto più sostenibili e come le organizzazioni dell’economia solidale – come i Gruppi di acquisto solidale (Gas) e le Comunità a supporto dell’agricoltura (CSA) – si siano diffuse in molte parti del mondo. Con questo convegno abbiamo voluto dare visibilità sia alle esperienze pratiche che alla ricerca scientifica che studia l’innovazione sociale. E’ molto importante che questi saperi non rimangano solo per gli ‘addetti ai lavori’”.

Le CSA, esperienze di risocializzazione e di accorciamento della filiera produttiva

Adanella Rossi, dell’Università di Pisa, e Alessandra Piccoli, dell’Università di Bolzano, hanno portato la loro esperienza di ricercatrici sul tema delle CSA. Entrambe fanno parte di Progetto Numes (“Le CSA oltre l’emergenza: un nuovo modello agricolo per l’economia solidale”), finanziato dalla Fondazione Finanza Etica all’interno del bando dei Portatori di Valore 2020 e promosso da Cooperativa Arvaia (la più grande CSA italiana), dalla rete italiana delle CSA, dall’associazione L’Ortazzo e da Podere Casetta. Progetto Numes abbraccia, oltre alle università di Pisa e Bolzano, anche l’Università di Urbino.

“Le CSA nascono da percorsi che partono dal basso, quando la società si attiva per rispondere a bisogni di innovazione legati al mondo del cibo”, ha spiegato Adanella Rossi. “Le Comunità a supporto dell’agricoltura si muovono in forte interdipendenza tra il mondo della produzione e quello del consumo, e sono dei modelli fortemente radicati in Germania e negli Stati Uniti, ma anche in America Latina. In Italia si sono diffuse soprattutto negli ultimi anni, dopo un’esperienza altrettanto importante: quella dei Gruppi di acquisto solidale”.

Le CSA (Comunità a supporto dell’agricoltura) sono state presentate sabato 13 novembre a Sociologia. Foto di Chiara Cesareo

Risignificare il cibo, che viene considerato un “bene comune”

Sono tre i punti portati all’attenzione da Rossi. Il primo è il bisogno di “risignificare” il cibo, ricostruendo la rete di valori che vi è connessa: il diritto a un buon cibo, i diritti dei lavoratori e i diritti degli animali, per fare solo degli esempi. “Dalle CSA – ha aggiunto – emerge chiara la volontà di recuperare il controllo rispetto al ‘sistema cibo’, che è poi il vero significato della parola ‘sovranità alimentare’”. 

Il secondo punto, invece, è la dimensione di relazione e di corresponsabilità che le CSA alimentano, perché in queste comunità produttori e consumatori si incontrano dando luogo a quelli che sono dei veri e propri processi di empowerment che ruotano attorno al cibo. “Quando parliamo di consumo critico – ha precisato Rossi – intendiamo un processo di scelta. Se questo processo investe la collettività, il potenziale di trasformazione è chiaramente più alto”.

Infine, come terzo punto, ci sono le finalità delle CSA, dove il cibo non viene vissuto come una merce ma piuttosto come un bene comune. “C’è un salto rispetto all’approccio utilitaristico – ha aggiunto la ricercatrice – perché qui si entra in una dimensione comunitaria e solidaristica. Nelle CSA, infatti, prevale la dimensione sociale”.

Secondo Adanella Rossi, inoltre, si possono trarre alcune lezioni dalle CSA, che chiamano in causa non solo il nostro modello di agricoltura, ma anche la pianificazione territoriale, la comunicazione, l’educazione e le politiche di welfare. 

Le fasi e il focus della ricerca “Progetto Numes”

L’obiettivo della ricerca che Alessandra Piccoli e Adanella Rossi, assieme alla collega Angela Genova dell’Università di Urbino, stanno portando avanti è quello di sostenere e rafforzare le CSA, favorendone anche una maggiore diffusione nel territorio italiano.

La prima fase dello studio consiste nell’analizzare le caratteristiche principali delle CSA esistenti: la gestione economica e manageriale, i rapporti sociali che si creano al loro interno e la relazione con il “mondo estero” (in particolare con la pubblica amministrazione e le altre associazioni e organizzazioni del territorio).

“Abbiamo seguito l’approccio della ricerca-azione – ha precisato Alessandra Piccoli – perché la nostra ricerca è stata programmata assieme alla rete delle CSA: a dicembre del 2020, quando abbiamo iniziato il percorso, abbiamo chiesto proprio a loro quali fossero gli aspetti più importanti da indagare”.

Ai dodici coordinatori delle CSA è stato somministrato un questionario con 98 domande, mentre è stato condiviso con i soci partecipanti un modulo da 32 domande. I coordinatori delle Comunità a supporto dell’agricoltura sono stati anche intervistati per approfondire alcune delle risposte alle 98 domande del questionario.

La seconda e la terza fase della ricerca prevedono il supporto alla nascita di nuove CSA a Ravenna, Trento, Val Varaita e Chieri, e lo sviluppo di materiale e di iniziative promozionali nel centro-nord per sostenere la diffusione delle CSA.

“Quali sono le parole chiave che, secondo i loro promotori, rappresentano le CSA? Dalla nostra indagine, è emersa in particolare la parola partecipazione, alla quale seguono solidarietà e fiducia”, ha aggiunto Piccoli. “La parte sociale, quindi, sembra essere prevalente”.

Alcuni numeri e dati sulle CSA

Ci sono realtà che contano 200 soci e altre che invece arrivano a quindici. In linea di massima, però, si parla di una cinquantina di soci a CSA. Un terzo delle Comunità a supporto dell’agricoltura sono cooperative, un altro terzo sono associazioni e poco meno di un terzo sono gruppi costituiti tramite accordi informali. Gli agricoltori delle CSA, nella metà dei casi, sono autonomi. Solo in tre casi sui dodici analizzati traggono completamente il loro reddito dalle CSA; negli altri casi, quello che viene dalle comunità è solo una parte del loro guadagno. Anche i fatturati sono molto diversi, in base alla grandezza e al consolidamento della CSA. Si va dai 4mila euro ai 270mila euro all’anno.

All’interno delle CSA, poi, non tutti i prodotti sono biologici certificati. “Tutti però dichiarano di seguire le pratiche agroecologiche, sostenibili e naturali equiparabili al biologico, anche quando non certificato”, ha aggiunto Alessandra Piccoli.

In nove casi su dodici, si utilizza il metodo della “cassetta fissa” di prodotti, che viene distribuita in un punto all’esterno dell’azienda. In dieci casi su dodici, il pagamento è anticipato parzialmente a inizio anno. “Una caratteristica essenziale delle CSA è la continuità nell’acquisto e nel ritiro dei prodotti – ha spiegato Piccoli – si può parlare di CSA quando c’è un accordo di medio-lungo termine nel condividere la produzione e i rischi dell’agricoltura”.

La governance è partecipativa e inclusiva. Si supera molto spesso il voto per maggioranza per dare più spazio al dialogo e al confronto. Le collaborazioni sono fitte con il mondo delle scuole e delle università; meno radicate, invece, con quello delle istituzioni.

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