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“Terrorismo”, carbone e diritti indigeni in India

Il "baratto ecologico" non fa bene all'ambiente. Secondo lo psicologo Sorqvist, "porta a pensare erroneamente che le scelte verdi possano compensare anche quelle insostenibili". L'articolo di Alessandro Graziadei, comparso su Unimondo

di Alessandro Graziadei*

La logica della “compensazione climatica” non è propria del modo di pensare degli indigeni. Del nostro sì. Foto da Unsplash (Scott Umstattd)

Per i delegati indigeni la conferenza sul clima di quest’anno a Glasgow ha deluso le aspettative. Il movimento indigeno ha criticato l’ennesimo ricorso alle “compensazioni”, un metodo che non limita le emissioni di combustibili fossili, tanto che le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera continuano ad aumentare. A lungo termine, la compensazione non può essere la soluzione per una riduzione massiccia delle emissioni da combustibili fossili, e non solo per ragioni di spazio. I progetti di riforestazione sono spesso pianificati su territori indigeni, senza coinvolgere la popolazione locale e senza contare che la piantumazione di massa di alberi pone una serie di problemi per il suolo e gli ecosistemi locali che vanno attentamente valutati, cosa che non sempre accade. A monte poi c’è una riflessione che abbiamo già affrontato, messa nero su bianco nel 2019 dallo studio  “Why People Harm the Environment Although They Try to Treat It Well: An Evolutionary-Cognitive Perspective on Climate Compensation”, pubblicato su Frontiers in  Psychology da Patrik Sörqvist Linda Langeborg dell’Università svedese di GävleSecondo questi due studiosi la psicologia  della “compensazione climatica” che ci suggerisce di vivere la nostra relazione con l’ambiente come uno scambio sociale, nella convinzione che un comportamento “rispettoso” possa compensare un comportamento “dannoso” è sbagliata.  

Questo “baratto ecologico” fatto dal singolo cittadino, dalle multinazionali o dagli Stati attraverso i crediti di carbonio o carbon credit, cioè certificati negoziabili equivalenti ad una tonnellata di CO2  non emessa o assorbita grazie ad un progetto di tutela ambientale realizzato, “fa più male che bene all’ambiente”. Per Sörqvist, “questo pensiero sociale sul dare e prendere porta a pensare erroneamente che le scelte verdi possano compensare anche quelle insostenibili. In realtà, tutti i consumi causano danni permanenti all’ambiente, e le opzioni verdi sono nel migliore dei casi solo meno dannose, ma quasi mai riparatrici”. Insomma se la reciprocità e l’equilibrio nelle relazioni sociali si sono rivelati fondamentali per la coesistenza e la cooperazione sociale, il cervello umano sembra voler applicare questo criterio in ambiti che, come quello ecologico, non possono seguire la stessa logica, visto che “Andare in aereo ai Caraibi ti caricherà di un enorme peso ambientale che non sarà cancellato da alcuni lunedì senza carne”. Un principio che la cultura indigena ha ben chiaro, la nostra meno. Così in molti paesi, i Governi sono parte del problema piuttosto che della soluzione: “Ci sono molte risorse finanziarie per fermare la deforestazione, per proteggere le foreste, ma tutto rimane in mano ai governi. Noi, i popoli indigeni, le comunità tradizionali che proteggevano la foresta e il clima ogni giorno, siamo esclusi. Chiediamo una maggiore partecipazione a questi accordi. Senza la nostra partecipazione, il denaro sarà sprecato dai governi e ci resteranno solo i danni”, ha dichiarato a Glasgow Kretã Kaingang dell’APIB, l’organizzazione dei popoli indigeni del Brasile.

Alla COP26 di Glasgow, tra i temi che più hanno fatto discutere, c’è stata la volontà dell’India di non rinunciare al carbone nella produzione energetica, con la scomparsa tra gli impegni sottoscritti, del termine “uscita” (phase out) sostituito da una molto più prudente “diminuzione” (phase down) per indicare il suo disincentivo. Le popolazioni indigene, che costituiscono solo il 5% della popolazione mondiale, ma proteggono l’82% della biodiversità, sono ben consapevoli che senza impegni nazionali più vincolanti non si riuscirà mai a porre fine all’uso di tutti i combustibili fossili. Una voce profetica su questo tema, ed in particolare sulle miniere di carbone e i diritti dei popoli indigeni in India è stato il gesuita p. Stan Swamy, morto a luglio ad 84 anni, dopo una persecuzione giudiziaria che lo aveva costretto al carcere per 9 mesi, dove aveva contratto il Covid-19 che lo ha ucciso. In India il tema del carbone è una questione che non ha solo conseguenze ecologiche ma anche sociali. I giacimenti si trovano, infatti, soprattutto in un’area ben precisa: il Jharkhand (lo Stato dove p. Swami viveva), in Orissa e nel Chhattisgarh, tutte zone dove è molto significativa la presenza di comunità indigene. Le prese di posizione pubbliche di p. Swami contro le concessioni sui giacimenti di carbone che il governo di New Delhi aveva messo all’asta violando i diritti delle popolazioni tribali non sono mai state digerite dal Governo di Narendra Modi, che lo ha incarcerato con la ridicola accusa di terrorismo. Nel giugno 2020, cioè pochi mesi prima di essere arrestato, il gesuita aveva dedicato uno dei suoi ultimi articoli pubblicati sul sito GaonConnection proprio a una dura presa di posizione contro la prima asta indetta dal governo di New Delhi per la concessione a società private di 41 giacimenti di carbone, per affiancare altri investimenti privati a quelli del colosso pubblico Coal India.

“Ci dicono – scriveva p. Swami – che 100 milioni di tonnellate di carbone saranno trasformate in gas, che l’India diventerà il maggiore esportatore di carbone al mondo e che questo permetterà un gigantesco passo in avanti verso l’autosufficienza energetica del Paese. La maggior parte delle miniere – continuava il gesuita nell’articolo – si trova però in aree abitate in maniera predominante dai tribali, nelle loro terre e foreste. E non c’è bisogno di ricordare che i tribali sono tra le comunità più emarginate in India. Rappresentano circa l’8% della popolazione, ma circa il 40% dei 60 milioni di persone cacciate dalle proprie terre per progetti di sviluppo negli ultimi decenni sono tribali. E solo il 25% è stato reinsediato da qualche altra parte e riabilitato. Hanno ricevuto solo piccole compensazioni e poi sono stati semplicemente dimenticati”. Di qui la sua protesta: “Al tavolo dei negoziati – commentava – ci sono solo due parti: il governo centrale e le compagnie private. Dove sono le persone la cui terrà verrà scavata, che verranno sfollate, che da proprietari terrieri diventeranno lavoratori precari senza terra?”.

“Se le persone coinvolte protesteranno – concludeva p. Swami – dovranno fare i conti con la mano pesante delle forze dell’ordine, volenterosamente sostenute dalle autorità locali. Svariate denunce verranno sollevate contro chi guida le proteste delle comunità e i loro leaders verranno gettati dietro le sbarre”. Proprio come sarebbe successo a lui appena poche settimane dopo. P. Stan Swamy, infatti, scriveva queste parole il 23 giugno e l’8 ottobre sarebbe stato arrestato dalla National Investigation Agency nel Jarkhand, con l’accusa di legami con la guerriglia maoista. Nel frattempo l’asta del governo per le concessioni ai privati sui giacimenti di carbone è andata avanti: di quel primo lotto, alla fine, solo 19 miniere sono state assegnate, anche per i dubbi degli investitori sulle politiche a lungo termine sul carbone. Il governo indiano è andato però avanti con nuovi bandi e attualmente sono 88 i giacimenti di carbone indiani a disposizione delle offerte di investitori privati. Ecco anche perché alla COP26 di Glasgow il “phase down” indiano è stato preferito al “phase out”.

*Articolo comparso su “Unimondo”. Alessandro Graziadei è pubblicista, iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010

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