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Come stanno le acque trentine?

Il Nuovo Piano per la Tutela delle Acque 2022-2027 è stato approvato il 23 dicembre 2021, e prevede alcune misure per contrastare il cambiamento climatico, che influisce anche sulle risorse idriche trentine. Ne abbiamo parlato con Catia Monauni, direttrice dell’Unità Organizzativa per la Tutela dell’Acqua dell'Agenzia Provinciale per la Protezione dell'Ambiente di Trento.

Il lago di Caldonazzo risente ancora del fatto che, tra gli anni Settanta e Ottanta, i reflui fognari finivano nelle sue acque

Le Alpi costituiscono una sorta di “hotspot” del cambiamento climatico, che mette a rischio anche le risorse idriche del Trentino, vitali per gli ecosistemi naturali e per la maggior parte delle attività economiche. Per questo, all’interno del Nuovo Piano di Tutela delle Acque 2022-2027, approvato il 23 dicembre 2021 su proposta dell’assessore all’urbanistica e all’ambiente Mario Tonina, è prevista anche una sezione sui cambiamenti climatici e sulle relative “misure di adattamento”. 

“Le difficoltà, negli ultimi anni, si sono concentrate nel periodo estivo, durante il quale c’è più bisogno di acqua”, spiega Catia Monauni, direttrice dell’Unità Organizzativa per la Tutela dell’Acqua di APPA (Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente) della Provincia di Trento. “Le precipitazioni, infatti, negli ultimi anni si concentrano con sempre con maggior frequenza in un periodo breve che impedisce alle falde di ricaricarsi: per questo motivo poi, quando serve, l’acqua scarseggia. Si entra perciò in un circolo vizioso, perché l’agricoltore e gli altri soggetti che hanno bisogno di acqua necessitano di più derivazioni”.  Oltre all’uso agricolo dell’acqua, infatti, c’è anche quello civile, industriale ed energetico, che possono influenzare i normali fabbisogni degli ecosistemi naturali. 

Per coordinare una “risposta trentina” al cambiamento climatico, la Provincia di Trento ha definito un programma di lavoro Trentino Clima 2021-2023, che porterà all’elaborazione ed adozione della Strategia provinciale di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. In questa strategia ci saranno delle risposte anche per i problemi che l’innalzamento delle temperature e gli eventi estremi causano alle risorse idriche; strategie che si ispireranno alla Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (SNACC) e al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC).

Per ora, come spiega Monauni, “si sta cercando di risolvere la crescente domanda di risorsa idrica attraverso l’impiego di bacini artificiali di accumulo, attraverso i quali si cerca di raccogliere la risorsa quando ce n’è in abbondanza e quando viene utilizzata meno”. Il regime naturale delle portate, infatti, prevede una fase di morbida primaverile durante la quale è possibile accumulare acqua nei bacini, che verrà utilizzata durante la fase di magra estiva, consentendo così al corso d’acqua di mantenere una portata tale da assicurare la sua naturale autodepurazione e la sua capacità di sostenere comunità animali e vegetali il più possibile ampie e diversificate. 

“Sarà pertanto necessaria una diversa e attenta pianificazione della gestione idrica – si legge nella relazione di sintesi del Nuovo Piano di Tutela delle Acque 2022-2027 -, il cui deficit sarà probabilmente maggiore in estate e autunno, in particolare nei periodi di siccità e in concomitanza con una maggiore competizione tra gli utilizzi antropici, in particolare tra produzione idroelettrica (maggior fabbisogno di energia per il condizionamento a causa delle temperature più elevate) e l’agricoltura (maggior fabbisogno irriguo a causa della stagione vegetativa più lunga e della maggior evapotraspirazione)”. 

Cosa cambia con il Nuovo Piano di Tutela delle Acque 2022-2027

Il Piano di Tutela delle Acque 2022-2027 si occupa della tutela e della gestione sostenibile delle risorse idriche, attuando le prescrizioni della Direttiva Quadro sulle Acque (DQA), che risale al 2000, e dettagliando a livello locale le misure dei Piani di Gestione delle Acque (PdG) dei distretti idrografici delle Alpi Orientali e del fiume Po. 

“La novità principale del Nuovo Piano – spiega Catia Monauni – è che vengono recepiti duei decreti direttoriali del 2017 che regolano in modo più organico il deflusso ecologico (DE), cioè l’acqua rilasciata dalle centraline e dai gestori che la prelevano per scopi diversi, che possono essere irriguo, idroelettrico e potabile. Viene applicata una procedura ‘ex ante’ alle pratiche di derivazione, per valutare il loro impatto sui corsi d’acqua, e viene gestita meglio la fase di screening, per capire se le derivazioni sono ammissibili oppure no”. 

Nel 2018 è stato istituito un tavolo, il Tavolo Tecnico Acque (TTA), per monitorare l’attuazione delle misure previste nel piano di tutela delle acque, con  l’obiettivo di raggiungere lo stato ecologico “buono” per tutti i corpi idrici del Trentino. 

“Dobbiamo raggiungere lo stato ecologico ‘buono’ per tutti i corpi idrici superficiali e sotterranei”

Il Piano di Tutela delle Acque prevede un monitoraggio intenso su tutti i corpi idrici del Trentino, sia superficiali (377 tra fiumi e torrenti, più 21 laghi) sia sotterranei (22). “Abbiamo più di 170 punti di monitoraggio sul territorio – dice Monauni –  sui corpi idrici, dei tratti di corsi d’acqua che hanno caratteristiche comuni. Per ognuno di questi tratti dobbiamo garantire il raggiungimento di un obiettivo di qualità “buono” previsto dal decreto legislativo che ha recepito la Direttiva Quadro sulle Acque. Questo livello deve essere raggiunto entro il 2027”. 

Sono 51 (su 377) i corpi idrici di corsi d’acqua in stato non buono, mentre sono 5 i laghi che non corrispondono allo stato buono. “I laghi, però, richiedono per loro natura molti anni per risolvere le problematiche che li caratterizzano – sottolinea Catia Monauni – perché si tratta di ecosistemi chiusi. Alcuni laghi trentini risentono ancora del fatto che, negli anni Settanta e Ottanta, la fognatura finiva dentro il lago, come nel caso del lago di Caldonazzo. Nonostante siano passati anni, ancora oggi si risente di questa problematica, che riguarda però il solo stato ecologico: la balneazione non ne risente”. 

L’analisi di rischio condotta a livello provinciale, invece, ha rilevato una condizione di rischio per 95 corpi idrici fluviali, 9 corpi idrici lacustri e 1 corpo idrico sotterraneo. 

“Le pressioni principali sui corpi idrici sono legate ai reflui fognari – dice Monauni – mentre un altro problema è dovuto all’inquinamento diffuso legato all’agricoltura intensiva, anche perché nei nostri corsi d’acqua spesso mancano le fasce riparie, che funzionano da  filtri che impediscono l’ingresso laterale dei nutrienti. Queste fasce vengono eliminate per far spazio alle coltivazioni, che arrivano così a ridosso del corpo idrico. A ciò si aggiunge la mancanza d’acqua legata alla pressione da derivazioni, che riduce molto la quantità di acqua in alveo e concentra i nutrienti e gli inquinanti che ci sono in acqua. In alcune zone del Trentino, dove questi fattori vanno a sommarsi, i corpi idrici ne risentono particolarmente: Val di Non, Val di Sole, Valle dell’Adige, Bleggio e Valsugana”.  

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