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OSO, la moda sostenibile è anche occasione di riscatto

Sei sartorie sociali italiane partecipano al progetto OSO, un nome scelto per comunicare l'idea di cambiamento, sia per le donne che lavorano nelle sartorie sia per i capi d'abbigliamento, che in questo caso sono realizzati con tessuti naturali.

Il marchio OSO nasce all’interno di NaturaSì e coinvolge 6 sartorie sociali italiane

“Non avevo mai visto in vita mia una sfilata di moda. E ora sulla passerella ci sono io”. Meraviglia, un pizzico di incredulità, soddisfazione: c’è tutto questo nelle parole di Anna (nome di fantasia), che ha sfilato all’Abbazia di Mirasole a Milano vestendo uno dei capi della collezione OSO. Abiti realizzati con tessuti sostenibili e da persone che stanno superando situazioni di fragilità.

Anna è una delle donne impegnate nelle sei sartorie sociali che confezionano t-shirt, felpe, salopette, bluse, camicie vendute nei negozi di NaturaSì e dalle stesse sartorie. “Il tessile è un settore altamente inquinante e a forte rischio di sfruttamento dei lavoratori – racconta Sara Lucchi, responsabile risorse umane ricchezze di NaturaSì -. Abbiamo allora pensato di dare il nostro contributo per cambiare questo sistema, avviando questo progetto di filiera tessile sostenibile e inclusiva”.

Il nome della linea, OSO (dal verbo osare), è stato scelto proprio per comunicare l’idea di un cambiamento, di una rottura con sistemi di produzione dannosi. I capi sono realizzati in tessuti naturali quali il cotone Gots (Global Organic Texil Standard), in fibra di bambù, di alga o di torba.

Nelle sei sartorie sociali (ma presto se ne aggiungeranno altre) lavorano soprattutto donne vittime di tratta o di violenza domestica. Sono sartorie con una lunga storia di riscatto. E per dar vita alla linea Oso si sono messe in rete. Una rete che abbraccia un po’ tutta l’Italia. A Napoli con la cooperativa sociale “La Roccia”, all’interno della quale si è sviluppato il marchio “fatto@scampia”. Nella Locride con Made in Goel, nata all’interno dell’omonimo consorzio di imprese sorte in Calabria per promuovere “il lavoro legale, la promozione sociale e un’opposizione attiva alla ‘ndrangheta e alla massoneria deviata”.

A Roma l’ong Intersos ha aperto un “Safe Space” nella zona di Torre Spaccata (periferia est della Capitale), dove le donne in difficoltà o sopravvissute a violenze di genere possono ritrovarsi per diverse attività, tra cui la sartoria e possono trascorrere del tempo anche insieme ai loro bambini. A Verona la cooperativa sociale Quid si è specializzata nell’utilizzo delle eccedenze di tessuti messi a disposizione da aziende dell’alta moda. Rifò di Prato si ispira all’antico mestiere dei “cenciaioli”, che rigeneravano i vecchi indumenti per produrre nuovi filati. A Bereguardo, la Fondazione La Corte delle Madri ha ristrutturato una cascina che ora è diventata casa per persone fragili e altre progetti per un’economia sostenibile per l’ambiente e per l’uomo. Storie e progetti che insieme ora creano una linea di abiti belli e giusti.

Oso nasce all’interno di NaturAbile, sistema ideato da NaturaSì per promuovere altri progetti di carattere sociale. Idealmente collegato a Oso è il progetto Radici, per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate nei negozi di NaturaSì. Finora sono 48 le donne e gli uomini che hanno potuto trovare un lavoro ed essere accompagnate in un processo di riscatto della propria esistenza. “Il nostro impegno è far sì che l’inserimento lavorativo di queste persone contribuisca ad aumentare il senso di comunità – spiega Valentina Bassi, psicologa della Fondazione La Corte della Madri -. Inoltre il lavoro dà autonomia, dignità, fiducia in se stessi, permette di dare spazio alla propria creatività. Ha quindi un valore enorme per tutti, soprattutto per chi deve uscire da situazioni di difficoltà”.

Articolo dal sito di “Fa’ la cosa giusta! Milano”

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