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Il razzismo ambientale nelle città americane

Una storia che viene dagli Stati Uniti, dove il fatto di segnare in rosso alcuni quartieri (redlining, in gergo) ha portato a forti disparità climatiche tra gli afroamericani e il resto della popolazione: ecco lo studio dell'Università di Berkeley

Lo studio dell’Università di Berkeley svela come il redlining abbia portato al “razzismo ambientale”

La storia dei quartieri “poco raccomandabili”

Un nuovo studio pubblicato da alcuni ricercatori dell’Università di Berkeley in California ha fatto emergere una realtà che si è concretizzata negli ultimi 80 anni di storia americana. Il governo federale americano e le sue banche, tramite la pratica razzista del redlining (letteralmente segnare in rosso), non permette agli abitanti di alcuni quartieri ritenuti “poco raccomandabili” (grado D) di accedere a prestiti e mutui.

Questo a poco a poco non ha più incentivato i cittadini a investire nei propri quartieri e lasciava nel degrado alcune zone, che sono state sfruttate per costruirci infrastrutture come autostrade e superstrade. Costruzioni che con il tempo hanno peggiorato la situazione: l’alto tasso di inquinamento di alcune zone infatti corrisponde perfettamente ai quartieri segnati in rosso. Anche le banche hanno avuto un ruolo fondamentale: hanno stipulato queste mappe per non favorire che ispanici e neri, che vivevano in questi quartieri, avessero prestiti poco meno di 100 anni fa e per intrappolarli in zone che non avrebbero avuto gli stessi investimenti federali rispetto alle loro controparti bianche, indentificate come “migliori” (grado A).

Il razzismo ambientale è sistemico

L’alto livello di inquinamento porta soprattutto scompensi sulla salute delle persone: alcuni tipi di fattori inquinanti (PM 2.5 e diossido di azoto), trovati nelle analisi sulla qualità dell’aria di questi quartieri, sono associati a livelli di asma, malattie cardiovascolari e persino covid-19 più alti rispetto alla media di altre zone della stessa città.

Joshua Apte, uno dei ricercatori, co-autori di questo studio e professore di ingegneria ambientale, ha detto che “le persone che hanno preso questa decisione [di segnare in rosso alcuni quartieri] non sono nemmeno più vive ma queste stesse decisioni fatte così tanto tempo fa hanno ancora un impatto fortissimo sulle disparità che ancora oggi vengono vissute in queste città”.

Redlining: cos’è?

La storia comincia nel 1930, un periodo spiccatamente razzista della storia Americana, quando il governo federale crea una serie di mappe di alcune città che indicavano le zone dove neri, immigranti e altre categorie di persone come “troppo rischiose” da avere come vicini di quartieri. Queste stesse mappe sono state poi usate dalle banche per discoraggiare pratiche di mutui e prestiti per questi residenti. Il processo viene chiamato in inglese “redlining”, che non ha una vera e propria traduzione in italiano, ma significa tracciare o segnare in rosso, proprio perché quelle aree designate come “poco raccomandabili” o “troppo rischiose” venivano segnate in rosso sulle mappe urbane. Le zone considerate migliori venivano segnate in verde (grado A), quindi con rischio minimo per le banche, blu per i quartieri ancora ritenuti “desiderabili” (grado B) e gialle (grado C), ultimo gradino prima del rosso, che erano zone “effettivamente decadenti”.

La ricerca di Berkeley sottolinea come queste mappe discriminatorie e razziste, create dalla corporazione federale “Home Owners’ Loan Corporation” tra il 1935 e il 1940 hanno di fatto distorto e disincentivato sia lo sviluppo urbano sia lo sviluppo del mercato immobiliare fino ai giorni nostri, quasi un secolo dopo. Esse hanno invece contribuito all’inquinamento di questi quartieri con la costruzione di autostrade, superstrade, come già menzionato, ma anche impianti industriali, scali portuali e altre strutture inquinanti; mentre i cosiddetti investimenti positivi, cioè tutti quegli investimenti volti al mercato delle case e alla costruzione di servizi per la comunità, sono stati riservati solo alle zone considerate “benestanti” e quindi bianche.

Conclusioni delle autrici
Haley Lane, una dei ricercatori dello studio in ingegneria ambientale, autrice principale del paper lo dice molto chiaramente: “i nostri risultati illustrano come il redlining, una policy discriminatoria di circa 80 anni fa, continua a dare forma all’esposizione sistemica a fattori di rischio solo per alcune comunità”.

Dice Yvonka Hall, una specialista nelle disparità ambientali che “la comunità afro-americana ha dovuto subire l’abbandono ambientale”, cioè razzismo anche dal punto di vista ambientale ed economico. Lei stessa soffre di bronchite cronica e ha visto i suoi vicini soffrire di malattie croniche, che dallo studio emergono quindi provocate soprattutto da fattori ambientali. E ancora ribadisce che “queste zone hanno popolazioni che soffrono di vari problemi di salute, avvelenamento da piombo, asma, cancro ai polmoni, malattie cardio vascolari, per non dimenticare livelli di covid più alti”.

Anche se in America nel 1970 è passato il “Clean Air Act” (Decreto Aria Pulita) che ha reso possibile una drastica diminuzione degli effetti dell’inquinamento sui suoi cittadini, delle azioni immediate e durature dovrebbero essere messe in atto per fermare e contrastare questo fenomeno, che come abbiamo visto ha già peggiorato la qualità della vita di molte persone.

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