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“Il cibo è esperienza del territorio”

Il turismo trentino potrebbe ripartire dalla valorizzazione dei prodotti tipici del territorio. Anche di questo si è parlato nel corso dell'incontro a Palazzo Roccabruna, in cui l'antropologa esperta di nutrizione Marta Villa ha dialogato con Laura Andreolli, coordinatrice dell'area formativa di Accademia d'Impresa dedicata alla cultura di prodotto e di territorio.

A Palazzo Roccabruna l’incontro con l’antropologa Marta Villa, coautrice del libro “Alimentazione e arte della cucina”

Un appuntamento con degustazione per riflettere sulla ricchezza della gastronomia trentina.

Si è svolto nella splendida cornice di Palazzo Roccabruna l’incontro sul libro “Alimentazione e arte della cucina. L’esperienza del Trentino” (2019, Laterza).

L’antropologa Marta Villa, coautrice del volume, ha dialogato con Laura Andreolli, coordinatrice dell’area formativa di Accademia d’Impresa dedicata alla cultura di prodotto e di territorio.

L’occasione è stata offerta dalla rassegna “L’impresa in un libro. Riflessioni intorno all’impresa, al lavoro e al territorio”. “Siamo un’azienda che si occupa di formazione e ormai l’apprendimento è un ecosistema – ha spiegato Bruno Degasperi, direttore di Accademia d’Impresa -, non è solo nelle aule che si impara: si impara anche attraverso i libri. Ecco il perché di questa rassegna”.

Marta Villa, lombarda, è partita dalle sue origini per spiegare come ha deciso di studiare il Trentino. “Non ho un legame con la montagna – ha detto -. Questo però mi ha permesso di studiare meglio questa cultura, perché l’antropologia chiede di essere esterni alla cultura che studiamo. Solo così si riesce a comprenderne appieno meccanismi, processi e origini. Ecco perché io, ragazza di pianura, riesco a vedere con uno sguardo pienamente scientifico questa cultura: perché non è la mia. Non potrei fare antropologia della cucina della mia città, Monza, perché quello è ciò che mangiavo sin da quando ero piccola”.

“Alimentazione e arte della cucina” nasce dagli atti del convegno 2018 per il 50esimo anniversario della Delegazione di Trento dell’Accademia della Cucina: Marta Villa è direttrice del centro studi regionale.

L’Accademia della Cucina, ha spiegato Villa, è stato fondato nel 1953 da Orio Vergani, “un giornalista che aveva percepito l’importanza di preservare l’identità culinaria del nostro Paese”.

La delegazione di Trento, invece, è stata fondata da una donna. “All’epoca non poteva intitolarsi la fondazione, che quindi è passata al marito”.

Nel volume sono raccolti diversi spunti, tra i quali anche il racconto della cucina del Concilio di Trento, con la documentazione raccolta in Biblioteca Comunale e nel Museo Diocesano di Trento.

Laura Andreolli dialoga con Marta Villa, antropologa esperta in nutrizione

“Ovviamente siamo in un momento storico in cui, se si apre il frigorifero c’è cibo che viene anche da altri territori – ha sottolineato Villa -. Non dobbiamo negare che siamo in continua relazione tra ciò che è locale e ciò che è globale. Una relazione che è anche economica e politica. Ma posso suggerire di dare una chance anche al territorio, di permettere al territorio di scoprire ciò che è più semplice ma anche interessante per aprirsi a noi”.

Un elemento importante anche per il turismo, perché ogni paese del Trentino ha un prodotto tipico da valorizzare. “Anche solo frugando nei ricettari delle nonne si può scoprire qual è questo prodotto tipico”, ha aggiunto l’antropologa.

“Nonne” perché nella storia della cucina trentina, come nella maggior parte della storia culinaria, sono le donne ad essere al centro del racconto.

Le ricerche di Marta Villa l’hanno portata a indagare anche la storia culinaria dell’irredentismo: “Anche nel tinello – ha raccontato – si faceva l’Italia: c’erano i ricettari che avevano solo gli irredentisti: il ricettario di Giulia Turco Turcati, che ha insegnato alle massaie trentine a fare economia e a capire quando un cibo era ‘guasto'”.

Un territorio, quello trentino, particolarmente fortunato perché si trova lungo l’asse del Brennero. “Da un lato questo ci ha esposto a tanti pericoli e decisioni geopolitiche non indifferenti – ha sottolineato l’antropologa – dall’altro ha permesso che il Trentino diventasse un laboratorio di scambio. Non c’è un’identità trentina, ci sono tante identità”.

Un punto cardine della cucina trentina è l’uso dei cosiddetti “vanzaroti”; un esempio di sostenibilità prima ancora che la parola sostenibilità diventasse d’uso comune. “Abbiamo un sacco di ricette che ci insegnano a usare gli avanzi, i vanzaroti – ha spiegato Villa -. I comportamenti necessari per uscire dalla crisi climatica ed ambientale erano linguaggio comune per i nostri trisnonni. Perché non dare allora un po’ di credito a questa tradizione, senza tacciarla come ‘cibo dei poreti’?”.

Nell’incontro è emerso poi il ruolo dell’orto come spazio d’indipendenza delle donne. “In Alto Adige è la Bauer che lo fa – ha precisato Villa – perché poi raccoglie ciò che serve per cucinare. Anche in Trentino è lo stesso. Le donne me l’hanno descritto come uno spazio di indipendenza, dove si può staccare dal lavoro per non esservi immerse. È una specie di luogo del benessere”.

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