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Dovremmo diventare tutti vegani?

L’obiettivo di rimanere entro il limite di +2 gradi centigradi entro il 2100, auspicato dall’Accordo di Parigi sembra ormai fuori portata. Per questo motivo un gruppo di scienziati ha pubblicato uno studio su Science per proporre delle strategie di intervento efficaci.

campo di grano con il tramonto nello sfondo.
Il settore agroalimentare globale produce da solo circa 16 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Foto di: FelixMittermeier da Pixabay

Gli studiosi dei cambiamenti climatici non usano il loro tempo soltanto per prevedere quali disastrose conseguenze avrà il surriscaldamento globale e farci perdere la speranza. Essi studiano innanzitutto delle possibili soluzioni pratiche da adottare ed individuano le conseguenze di tali soluzioni, sviluppando degli scenari che possono aiutare sia gli individui sia i governi a muoversi nella giusta direzione. 

A inizio novembre è stato pubblicato uno studio su Science che analizza l’impatto ecologico del settore agroalimentare globale e mostra delle possibili strategie di intervento per arginare gli effetti negativi e rimanere entro il limite di +2 gradi. Gli autori di questo articolo sono Michael A. Clark, Nina G.G. Domingo, Kimberly Colgan, Sumil K. Thakrar, David Tilman, John Lynch, Inês L. Azevedo, Jason D. Hill.

Se alcuni settori come quello automobilistico o quello dell’approvvigionamento di energia hanno fatto grandi passi avanti per la conversione ecologica, il settore alimentare e soprattutto l’agricoltura sono stati “dimenticati” dalla corrente green. 

Il sistema agroalimentare globale da solo produce circa 1/3 delle emissioni totali di gas serra, il che vuol dire che anche se altri settori come i trasporti o l’energia dovessero riuscire a produrre zero emissioni nette, ciò non sarebbe sufficiente e il limite di +2 gradi verrebbe comunque superato. 

Gli autori denunciano che il settore alimentare è stato preso poco in considerazione perché le emissioni che esso produce vengono considerate un male necessario per nutrire la popolazione del pianeta. 

Questo settore produce gas serra in vari modi: attraverso la deforestazione e l’utilizzo di fertilizzanti e altri prodotti agrochimici viene emessa anidride carbonica (CO2) e protossido di azoto (N2O); attraverso la fermentazione del letame negli allevamenti intensivi di ruminanti, e la fermentazione nelle coltivazioni intensive del riso viene prodotto metano (CH4) e N2O; la produzione e la trasformazione di cibo nelle industrie alimentari invece produce principalmente CO2.

Quali soluzioni?

Lo studio prende in considerazione 5 strategie per ridurre le emissioni nel settore agroalimentare e ne analizza l’efficacia:

1. adottare globalmente una dieta ricca di vegetali (con piccole percentuali di latte, uova e carne);

2. adeguare il consumo calorico pro capite ad un livello salutare, circa 2100 calorie al giorno per la maggior parte degli adulti (nei paesi più ricchi il consumo quotidiano di calorie è molto al di sopra del necessario e si può vedere dalla grande diffusione dell’obesità, soprattutto negli Usa);

3. ottenere rese più elevate migliorando la genetica delle coltivazioni e le tecniche colturali; 

4. dimezzare lo spreco alimentare;

5. aumentare l’efficienza della produzione in termini di emissioni – utilizzando meno fertilizzanti, gestendo meglio il suolo e facendo una migliore rotazione delle colture. 

Lo scenario che viene utilizzato presuppone che le varie strategie vengano adottate almeno entro il 2050.

Non è necessario, spiega lo studio, che la popolazione mondiale diventi tutta vegana di punto in bianco. Oltre ad essere una via difficilmente praticabile, è una strada che sposterebbe la responsabilità del cambiamento solamente sugli individui, mentre quella dei governi, che sono gli unici in grado di attuare importanti politiche innovative sull’intero sistema agroalimentare, verrebbe messa in secondo piano.

Invece che concentrare tutte le energie verso un’unica soluzione, lo studia spiega come sia possibile adottare anche solo parzialmente un mix di tutte e cinque le strategie, per rimanere entro i limiti auspicati.

Come spiega uno degli autori dell’articolo, Jason Hill : ”Il mondo intero non deve rinunciare alla carne per raggiungere gli obiettivi climatici, possiamo mangiare cibi migliori e più sani, possiamo migliorare il modo in cui coltiviamo gli alimenti, e possiamo sprecare meno cibo”.

Tuttavia, come ha spiegato Hans-Otto Poertner, membro del gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico : “Non si può ignorare che ridurre il consumo di carne a livelli sostenibili, sarebbe importante”.

Diventa dunque necessario implementare, anche parzialmente, diverse strategie tra di loro. Precisamente per rimanere entro il limite, bisognerebbe attuare tutte e cinque le strategie per almeno il 50% di ognuna.

Lo scenario creato, mostra le emissioni totali cumulative (di tutti i settori compreso quello alimentare) di gas a effetto serra,  dal 2020 al 2100.

Il tempo è una variabile fondamentale per capire cosa ci riserverà il futuro. Lo studio infatti mostra un secondo scenario, che presuppone che vi sia un ritardo nell’attuazione delle varie strategie, spostate al 2075. Questo ritardo porterebbe necessariamente a misure più drastiche e più ampie, diminuendo l’efficacia delle strategie prese singolarmente.

È ora di agire 

Il tempo stringe, ma nulla ancora è perduto. Il sistema agroalimentare necessita di cambiamenti drastici e globali. Bisogna agire subito e su più fronti. Sia a livello individuale, adottando una dieta più salutare e a basso impatto ambientale, non eccedendo con le calorie e diminuendo lo spreco alimentare, sia a livello governativo con politiche che incentivino la conversione ecologica delle tecniche agricole e pastorali e investendo in ricerca per aumentarne la resa produttiva e la sostenibilità.

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