Logo Fà la cosa giusta Trento

Conosciamo l’agroecologia

Abbiamo intervistato l’agroecologo Marco Tasin per scoprire in cosa consiste la soluzione agroecologica al sistema alimentare e agricolo industriale, così come proposto anche dalla FAO.

Il sistema alimentare ed agricolo, per come è strutturato ad oggi, fornisce ingenti quantità di cibo a mercati globali. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: deforestazione, necessità di molta acqua, perdita di biodiversità, povertà dei suoli, emissioni di gas serra. Persistono nel mondo fame e problemi climatici. La FAO (Organizzazione per le Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) ha visto nell’agroecologia una chiave per rispondere a questi problemi. Infatti, a partire dai primi incontri di discussione nel 2015, la FAO ha stilato 10 elementi dell’agroecologia che devono fungere da fari per i singoli stati nella conversione dei loro sistemi agricoli e alimentari. I punti sono i seguenti: diversità, sinergie, efficienza, resilienza, riciclo, co-creazione e condivisione della conoscenza, valori umani e sociali, tradizioni culturali e alimentari, governance responsabile, economia circolare e solidale. 

Ne abbiamo parlato con Marco Tasin, agroecologo e agricoltore Roncafort (TN). Avvicinatosi all’agricoltura tradizionale tramite l’attività di famiglia, ha proseguito gli studi in questo ambito. Dopo un dottorato di ricerca in Svezia e l’inizio della carriera accademica come professore associato presso al master di Agroecologia, decide di tornare in Trentino e nel 2020 avvia la sua attività. Questa decisione è stata spinta dalla volontà di perseguire una sfida personale, quella di produrre frutta e verdura in modo agroecologico. 

Puoi parlarci della tua azienda agricola qui in Trentino?

La sfida è quella di vedere se è possibile produrre su piccola scala, in un’azienda aperta dove tutti possono venire a vedere e discutere, con pochissimi mezzi meccanici e senza lavorazioni invasive e allo stesso tempo lavorando con alta biodiversità per evitare i problemi della monocoltura. La mia idea è quella di fare questo senza contributi pubblici, creando un’economia vera, sostenuta dalle persone disposte a pagare il “prezzo vero” dei miei prodotti.

Quali sono i principali problemi del sistema alimentare ed agricolo oggi? 

L’agricoltura industriale al giorno d’oggi è basata principalmente su fonti non rinnovabili. In sostanza, stiamo utilizzando combustibili fossili che sono molto preziosi, considerando ad esempio che un barile di petrolio contiene l’energia lavorativa di un uomo per un anno. Noi stiamo usando questi combustibili fossili in un modo né molto intelligente né efficiente. Se pensiamo al frumento, abbiamo bisogno di passare parecchie volte il terreno con macchine che consumano molto, poi dobbiamo ripassare erbicidi, fitofarmaci e poi raccogliere. Si tratta di moltissimi passaggi con trattori ad altissima potenza e ad alto consumo. Se andiamo a vedere il bilancio energetico di queste colture, spesso ciò che succede è che l’energia fossile è superiore all’energia contenuta nella biomassa. Invece di usare le piante come un pannello solare, noi stiamo utilizzando l’energia fossile per produrre biomassa e ciò non ha senso dal punto di vista energetico. Quando questi combustibili si esauriranno, questo sistema sarà destinato a collassare

L’utilizzo dei macchinari nell’agricoltura intensiva è uno dei fattori che rende questo sistema insostenibile. Foto di Tom Fisk da Pexels.

Un discorso simile può essere fatto per il fosforo. La disponibilità di fosforo minerale è quasi a zero. Tutta la nostra agricoltura industriale è basata sull’apporto di input minerali esterni, che vengono prodotti tramite  combustibili fossili. 

Possiamo dire che l’agricoltura industriale è un’agricoltura non più sostenibile. In più, siccome le superfici coltivate a monocolture sono vaste, gli agricoltori hanno dovuto praticare una semplificazione estrema del paesaggio. Quindi non abbiamo più, come una volta qui in Trentino, il paesaggio a mosaico in cui convivevano una serie di micro-ecosistemi che permettevano, tra le altre cose, una certa nidificazione di uccelli predatori e una riproduzione di rettili che tenevano a bada gli insetti dannosi. Invece, con l’avvento dell’agricoltura industriale e della specializzazione avvenuta dagli anni ’60 in poi, abbiamo assistito a una semplificazione enorme dei paesaggi agricoli. Siccome i prezzi delle derrate alimentari andavano al ribasso, i contadini hanno dovuto semplificare il paesaggio e ridurre il numero di colture che coltivavano in azienda. Si è prodotto un paesaggio monocolturale, che non è neppure bello da vedere. Oltre ad essere oneroso dal punto di vista energetico, il fatto che sia semplificato implica che non abbiamo più i servizi dell’ecosistema: impollinazione, predazione, biocontrollo, stoccaggio di elementi nutritivi e di acqua nel suolo. Ciò che abbiamo invece è una riduzione della purificazione delle acque, l’aumento dell’erosione dei suoli, la diminuzione del contenuto della sostanza organica e, a lungo andare, un impoverimento della fertilità dei terreni. I suoli si stanno progressivamente impoverendo, tanto che alcune stime dicono che il 25% dei suoli mondiali sia a rischio desertificazione, mentre la quantità di suolo che abbiamo già perso, ovvero finita in mare, è enorme. 

Perché l’agroecologia può essere una soluzione? 

L’agroecologia può essere definita come un processo di riavvicinamento dell’uomo ai sistemi naturali. È come se tu mi dicessi che hai preso 8 a scuola e poi mi dicessi che hai copiato tutto: questo è fare agricoltura industriale. Se invece mi dici che hai preso 8 e che hai capito tutto, qui si coglie il bello dell’agroecologia. Nell’agricoltura industriale, puoi entrare coi macchinari e gli input sintetici senza sapere niente, mettendo il campo in una situazione di reset continuo, facendo su di esso ciò che si decide dall’alto di volta in volta. Invece, l’agroecologia ti dice: vai in quel campo, studiati il paesaggio in cui è inserito, vai a vedere che colture puoi farci e dove sta la falda acquifera, che tipo di microclima hai, che tipo di agricoltura tradizionale esisteva lì e così via. Magari potresti chiedere agli anziani del luogo che cosa e come si coltivava prima dell’avvento della specializzazione.

Altro fattore importante dell’agroecologia è costituito dagli aspetti sociali. Uno dei problemi dell’agricoltura industriale è quello di aver svuotato le campagne di agricoltori. L’agroecologia vorrebbe creare un paesaggio agricolo vivo, dove gli agricoltori ci sono e sono connessi alle comunità locali, il tutto in un background di equità sociale e dove tutti hanno accesso alla propria sovranità alimentare. 

Riferendosi all’agroecologia si parla di scienza, pratica e movimento sociale. Il movimento sociale è quello che comprende la Via Campesina. Questo movimento incorpora soprattutto medio-piccoli produttori del sud del mondo che hanno a che fare con un sacco di sfide: land grabbing, colonizzazione spesso imposta delle risorse sementiere, il mercato saturato dall’esterno, il cambiamento climatico. L’agroecologia è un processo verso la sostenibilità non solo ecologica ma anche sociale, abbraccia tutti gli aspetti. Va nella stessa direzione dell’agricoltura biologica e della permacultura, inglobandone anche gli aspetti sociali. 

Uno dei promotori dell’agroecologia a livello mondiale, Steven Gliessman, ha identificato delle fasi per passare a un sistema agroecologico. La prima transizione dell’agroecologia è: ottimizza il tuo processo. Puoi ridurrre il numero di trattamenti? Puoi trattare meglio i tuoi operai? Puoi ridurre lo spreco d’acqua? Puoi vendere di più sul mercato locale? 

Il secondo step è: puoi sostituire i tuoi input tossici con altri meno nocivi? Ad esempio, passare da agricoltura industriale a agricoltura biologica. Sebbene ciò sia un primo passo importante, non è sufficiente, secondo Gliessman.

Il terzo step è quello che ci interessa di più come esseri umani: passare da una monocoltura a un’ecosistema, reintroducendo gli elementi del paesaggio che ci servono per ritornare in  armonia con la natura: rimetti ad esempio canali, siepi e fiori per attirare gli impollinatori, crea un bordo per i coleotteri e posiziona nidi artificiali. Puoi anche consociare tra loro colture con diverse caratteristiche agronomiche, creando ad esempio, un orto-frutteto bio-intensivo.

Il quarto step è il collegamento con i consumatori a livello locale, per creare rapporti di co-operazione e fiducia reciproca. 

L’ultimo step è quello di ricostruire il sistema alimentare a livello mondiale, basandolo sull’equità, la partecipazione e la giustizia intergenerazionale. Non è solo sostenibile, ma punta altresì al recupero e alla protezione degli ecosistemi.

Veniamo alla proposta istituzionale della FAO. Ci puoi dire quando e in che modo l’ONU è intervenuta con questo progetto per sostenere l’agroecologia a livello delle nazioni?

La FAO ha iniziato a parlare di agroecologia in maniera decisa nel 2015. Questo è stato un primo salto importante: è stato infatti citato il termine agroecologia per il futuro del pianeta. È stato organizzato un primo convegno internazionale con agroecologi per capire come agire, seguito da un altro a Roma dove sono andati ancora più a fondo su questi aspetti stilando i 10 punti dell’agroecologia. Io lo vedo come un segnale molto positivo, data l’importanza della FAO a livello internazionale. Più che un ente che dà supporti concreti e finanziamenti, io lo vedo più come un segnale di direzione per la politica degli stati

Un segnale recepito dalla FAO a livello europeo è stato quello della nuova PAC (Politica Agricola Comunitaria). La PAC ha previsto di introdurre delle misure agroecologiche e ha dovuto aprirsi avviando una consultazione, grazie al lavoro di scienziati che criticamente hanno guardato alla PAC stessa proponendo una nuova visione. Ci aspettiamo quindi una scelta coraggiosa da parte di Bruxelles, con una politica agricola che vada in una direzione più agroeologica.

Come si struttura e in cosa consiste la diversità, il primo elemento dell’agroecologia secondo la FAO, in un sistema agroecologico?

Necessitiamo di interrompere il modello della monocoltura e creare nuovi agro-ecosistemi. Una delle vie che a me piace, non l’unica, è quella del sistema orto-frutteto bio-intensivo. Consiste in un frutteto ad alta diversità con varie specie come melo, pesco, pero, albicocco, caco e poi nel sottofila, invece di fare il diserbo, si piantano arbusti produttivi come ribes, piante aromatiche, verdure perenni come le cipolle egiziane. C’è anche la possibilità di fare nell’interfila orticoltura intensiva, ad esempio piantando dell’insalata. Il concetto è quello di tenere il terreno sempre occupato con specie produttive e di mantenere la fertilità utilizzando specie leguminose che fissano l’azoto. Se necessario si possono usare humus o compost prodotti in azienda su un altro pezzo di terreno dedicato alla biomassa, prevedendo una rotazione negli anni. Questo è un modello che si è mostrato redditizio per l’azienda agricola e che in futuro potrebbe sbloccare superfici. Infatti, se riesco a produrre in modo molto efficiente su piccole superfici, poi posso mettere a disposizione gli altri terreni che ora sono sfruttati a monocolture, per altri scopi, anche a livello sociale. Le possibilità non si limitano solo alla creazione di parchi, ma si può scegliere anche ad esempio di rimboschire una parte dei paesaggi. 

Non possiamo prevedere che questa transizione ecologica avvenga in breve, bisognerebbe proporre misure di transizione. Una delle misure di transizioni adottabili per i frutteti è quella delle strisce fiorali, sperimentate recentemente in 7 paesi europei (progetto Eco-Orchard). Si tratta di una striscia di 80 cm nell’interfila tra una fila di alberi da frutto e l’altra, in cui vengono messe a dimore 40 specie erbacee perenni. Queste essenze mettono a disposizione degli insetti predatori polline, nettare, prede alternative e anche siti di svernamento. Alcune tra queste essenze vengono attaccate da afidi, che saranno poi cibo per i predatori come ad esempio i sirfidi, che avranno dunque tutte le ragioni per rimanere lì nel frutteto, anche quando non ci sono afidi sulle piante da frutto. In più queste specie, come ad esempio l’Achillea millefolium, danno anche nettare e polline ai predatori. I predatori, in questo modo mangiano e sviluppano le uova che verranno poi deposte sui germogli degli alberi da frutto. Nasceranno poi le larve, che si nutriranno degli afidi, evitando in tal modo il ricorso a pesticidi. Questo è un primo step del passaggio da monocoltura ad ecosistema e potrebbe essere adottato anche dai produttori convenzionali, in quanto non costa tanto e rende i frutteti molto più belli, facendo diminuire sensibilmente l’uso di prodotti antiparassitari. 

I vantaggi a livello ambientale sono evidenti. Ma cosa ci guadagnano gli agricoltori e i consumatori?

Uno dei vantaggi per i mangiatori è che ti riconnetti alla terra, ai posti in cui vivi, a un’essenza di te che è la natura. Andando nel campo e conoscendo l’agricoltore e raccogliendo anche con lui, ti riconnetti con la terra e poi quando mangi a casa questo lo senti, sei più connesso a ciò che mangi e ciò che sei. Infatti, se compri un ortaggio che non sai da dove viene, spezzi il tuo collegamento di essere umano con la natura. In secondo luogo, questi prodotti sono puliti. È scientificamente dimostrato che i residui antiparassitari nel tempo creano nel nostro corpo un “effetto cocktail” che porta a disfunzioni anche gravi. È stato poi dimostrato che le persone che abitano vicino a zone in cui c’è agricoltura a livello intensivo, hanno probabilità molto più alte di prendere alcune malattie. Questo perché molti degli antiparassitari che si usano nell’agricoltura intensiva hanno un’azione immunodepressiva

Per quanto riguarda gli agricoltori… Beh io quando cammino nel mio orto, sono circondato da natura ovunque, sembra di essere in un ecosistema. Anche quando ho avuto un attacco di lumache, che mi ha portato via parte del lavoro, ho accettato anche questo, perché fa parte della natura. L’anno successivo, lì dove ho avuto questo problema, posso decidere di piantare qualcosa che non può essere attaccato, di mettere una barriera, oppure posso cercare di favorire i coleotteri carabidi che mangiano le lumachine. Quindi è un miglioramento continuo. Rispetto a non scendere neanche dal trattore, questo è tutto un altro paio di maniche: è un altro modo di vivere, è più vivo e ti diverti di più, e questo è il modo di coltivare che sento più vicino a me. 

Scendendo a livello italiano e trentino, quali sono i sostegni necessari per aiutare la conversione agroecologica?

In Trentino ci sono dei segnali positivi, ci sono aziende che stanno partendo e credono nell’agroecologia. Ciò che io percepisco adesso è la necessità di una spinta da parte dei consumatori-mangiatori. I consumatori ci devono dire che approvano il nostro modo di produrre e che dunque intendono mangiare i nostri prodotti. Attualmente la percentuale di mangiatori che fa questo è in crescita, ma è ancora un numero limitato della popolazione.

La maggior parte degli agricoltori fa agricoltura tradizionale e non rischia la transizione ecologica, è molto più facile, dal punto di vista logistico, mantenere la monocoltura. A differenza di un sistema monocolturale, io ho 40 ortaggi diversi, che richiedono molta manodopera, è una sfida continua. Se vogliamo che i convenzionali passino a questo tipo di agricoltura, i mangiatori sono l’anello chiave, e devono dare un segnale molto chiaro ai produttori. 

Ad esempio, l’iniziativa “Nutrire Trento” (di cui faccio parte) è un segnale molto positivo in questo senso. Si tratta di una comunità che supporta l’agricoltura (detta CSA) promossa dall’Università e dal Comune di Trento che mira al ricongiungimento agricoltori-mangiatori. Quindi è come se stessimo andando verso una direzione e avessimo trovato un cartello che ci indica che siamo sulla strada giusta, ci sta arrivando una speranza da parte del pubblico. Per ora le famiglie coinvolte in questo progetto sono 56 e gli agricoltori sono 12, e ci sembra una buona partenza. Mangiatori e agricoltori sono parte attiva dei processi decisionali. I mangiatori si sono inoltre impegnati a sostenere le nostre piccole aziende agricole garantendoci l’acquisto dei nostri prodotti per tutto l’anno.

Potrebbe interessarti anche…

Fashion Revolution Week

di Redazione

L’industria della moda per come è pensata oggi è insostenibile a livello ambientale e sociale. I consumatori possono e devono agire, secondo Fashion Revolution, in occasione della settimana istituita in ricordo delle vittime del crollo di Rana Plaza.

consumatorifashion revolutionmoda

Cos’è l’economia circolare?

di Silvia Pedrazzoli

Il nuovo macrotema della campagna Vivila in 3D è il riuso. Per questo hanno scelto di approfondire il passaggio da rifiuto a risorsa sostenuto all'interno dei progetti di economia circolare.

Riciclorifiutitaprevolutiontrentino

Nuovo laboratorio: la sana alimentazione

di Redazione

Dopo una giornata lavorativa pesante corriamo in dispensa a vedere cosa c'è di buono da mettere sotto i denti? Quali sono le nostre abitudini alimentari?

Nuovo Laboratoriosanaalimentazione

Hai bisogno di informazioni?