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Sindrome della capanna

Perchè per alcuni è difficile tornare alle abitudini pre-pandemia? Dopo un evento traumatico, il mondo esterno può essere percepito come poco sicuro. La psicologa Laura Endrighi ci spiega questo fenomeno e presenta alcune soluzioni.

L’arrivo dell’estate e il passaggio in zona bianca delle regioni italiane favoriscono di certo la voglia e la possibilità di stare all’aria aperta, incontrare persone e partecipare ad eventi. La spinta alla “normalità” però sembra non coinvolgere tutta la popolazione, per alcuni di noi è ancora difficile tornare alle abitudini pre-pandemia, e sono sempre più chiari gli effetti di quest’ultimo anno a livello psicologico legati al lutto, alla paura di contagio, all’isolamento e al generale senso di insicurezza.

Dopo mesi di distanziamento sociale, smart working, locali chiusi e coprifuoco, la vita si è ridotta, sono cambiate le abitudini e il ritorno ai ritmi e impegni precedenti può mettere ansia o creare resistenze. C’è chi, ad esempio, ha capito che forse era tempo di rallentare e ha aderito ad uno stile di vita più semplice con facilità, traendone beneficio, trovando tempo per sé stesso e i propri interessi. Altri che invece si sono adattati malvolentieri alle restrizioni, per istinto di sopravvivenza, ma l’idea di rimettersi in gioco in un contesto ancora non sicuro li limita. Nel mio mestiere questa condizione la chiamiamo Sindrome della Capanna, che in modi ed intensità differenti ha un impatto sul benessere e la soddisfazione generale di chi ne presenta i segnali.

La sindrome della capanna

E’ un insieme di sintomi quelli della Sindrome della Capanna già visti, ad esempio a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, causati da un evento o fenomeno traumatico, che porta a percepire il mondo esterno come poco sicuro e pericoloso con la conseguente limitazione dei contesti di vita e delle abitudini.

Ecco come si può manifestare questa problematica:

  • Ansia e irrequietezza
  • Senso di irritabilità
  • Tristezza e angoscia
  • Noia
  • Mancanza di energia e di entusiasmo
  • Difficoltà di concentrazione e riduzione della pazienza,
  • Diminuzione della motivazione e insoddisfazione
  • Senso di solitudine
  • Letargia e difficoltà al momento del risveglio
  • Desiderio di cibo e cambiamenti nel peso

Alcune fasce demografiche sono poi particolarmente colpite dal fenomeno della Sindrome della Capanna. Adolescenti e giovani adulti che già passavano molto tempo connessi e utilizzano la tecnologia come mezzo principale di comunicazione, studio e lavoro, anche grazie alla loro grande capacità di apprendimento e adattamento hanno spostato sempre più la vita online.

Un gruppo penalizzato è poi senza dubbio quello degli anziani, che a causa della fragilità e del possibile contagio hanno ridotto le attività ricreative e la partecipazione ad eventi sociali, con effetti spesso negativi sull’umore e la qualità della vita in generale.

Un appunto che mi sento di riportare è legato all’effetto della comunicazione e al bombardamento mediatico dell’ultimo anno. Dati, opinioni contrastanti, fake news e l’esposizione costante a internet e ai media non ha di certo aiutato a sviluppare sicurezza e un approccio positivo per il ritorno ad una pseudo normalità.

Men se fa e men se faria” è un detto trentino che recitava spesso mia nonna a noi nipoti scansafatiche, ma che mai come in questo momento e alla luce di quanto scritto sopra è un concetto valido. Meno siamo esposti ad eventi sociali, novità, stimoli e imprevisti e meno ne sentiamo il bisogno. Quando poi percepiamo un senso di inadeguatezza rispetto a quella che era la nostra normalità, si rinforza ancora di più il malessere e reagiamo evitando o limitando le situazioni che ci mettono a disagio.

E’ certo che qualche lettore riconoscerà se stesso o dei conoscenti in alcuni dei segnali, rassicuro sul fatto che è una risposta normale a adattiva ai vissuti di forte stress e isolamento, alla preoccupazione per la salute e in generale per il futuro. L’atto stesso di consapevolezza, rispetto alla condizione in cui ci si trova, può essere la chiave di volta e portarci ad uscire da questa aera di comfort o perimetro sicuro che ci siamo creati, ma che ci sta scomodo.

Ecco qualche strategia per gestire le paure e vivere con serenità questa fase di maggiore apertura e possibilità di socializzazione:

  • Un passo alla volta, iniziare ad identificare quei contesti in cui ci sentiamo meno a rischio o sappiamo che non saremo giudicati per il nostro comportamento.
  • Limitare l’esposizione alle notizie, diminuendo così il carico di ansia e pensieri negativi che portano. Identificare alcuni canali di comunicazione che riteniamo validi e consultarli solo per il tempo necessario.
  • Ricordarsi che non si è soli in questa condizione e che ora in questo momento puoi provare a cambiarla, anche solo un piccolo atto per riacquistare sicurezza e migliorare la propria condizione.
  • Chiedere aiuto ad un professionista o a qualcuno vicino a noi che sappiamo essere predisposto all’ascolto e non giudicante. Non c’è da vergognarsi nel chiedere supporto, è invece un’occasione per validare le proprie emozioni e confrontarsi con tutti quei pensieri che ci fanno sentire a disagio.

E per aiutare qualcuno che è in difficoltà? Non essere insistenti, ascoltare e accettare l’altro. Proporre attività semplici e sicure. Non farlo sentire solo.

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