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Il Cammino di Roberta

Roberta Ianeselli negli ultimi anni è partita molte volte dal Veneto e, a piedi, ha raggiunto diverse mete in giro per il mondo. Ci ha raccontato cosa significa per lei camminare.

In partenza per il Sud America, per un viaggio che non sapeva quanto sarebbe durato, Roberta ha incontrato il sospetto di molte persone a lei vicine, che vedevano solo il lato negativo della medaglia. Una donna da sola, a piedi, lontanissima da casa, senza stabilità o riferimenti in quei paesi, che fine avrebbe potuto fare? Ma, a ridosso della partenza, incontra per caso una persona, una delle tante vite curiose che si sono incrociate con la sua, la quale per prima la incoraggia per il viaggio. L’uomo, recentemente rientrato da una permanenza in alcuni paesi sudamericani, vendeva dei cappellini ad un festival di Padova. Roberta ne ha scelto uno, che è diventato poi il simbolo del suo cammino, logorandosi un passo dopo l’altro nell’arco di due anni.

La camminatrice a Finisterrae, dopo aver percorso i 2300 km da Cittadella (PD).

La storia di Roberta potrebbe essere raccontata così, per episodi, incontri, aneddoti. Fino ai 30 anni la sua vita era statica, ordinaria: un lavoro sedentario dopo il diploma da geometra, il rientro a casa in provincia di Padova. L’improvvisa scomparsa della madre fa però scattare in lei una riflessione: è in questo modo che voglio vivere? Mossa da questi pensieri, 13 anni fa decide di partire quindi per il Cammino di Santiago, che Roberta divertita definisce l’”iniziazione”. “Dopo 15 giorni di cammino, scoppio a piangere, dopo anni che non lo facevo”, racconta. Una tendinite la ferma, lei non sa come andare avanti. Qui avviene un incontro aneddotico: inspiegabilmente, arriva un dottore nel posto in cui alloggiava, le massaggia il piede e il giorno dopo riparte. Il Cammino di Santiago, da quella prima volta, l’ha percorso poi di nuovo, per vie diverse, con nuovi compagni. Ha rincontrato vecchie conoscenze, rivisitato luoghi, osservato i cambiamenti. Durante il suo cammino, Roberta lascia quelli che lei metaforicamente chiama “semi”, fiduciosa che qualche frutto prima o poi nascerà, di cui potranno godere lei come gli altri che passeranno di lì. Da questi semi ora sta nascendo un’idea, un progetto ancora non scritto, di cui mi parla speranzosa: vorrebbe aprire un ostello sul Cammino per sei mesi all’anno e per il resto dell’anno viaggiare con le sue gambe. Un sogno, anche questo, di cui parla senza alcuna preoccupazione dettata da incombenze o scadenze autoimposte.

Le difficoltà del cammino

Roberta fa trasparire la sua fiducia nella casualità, descrivendola come ciò che l’ha sempre fatta andare avanti. Mentre raccontava dei suoi cammini, anche se incalzata, non ha mai riportato episodi di incontri negativi. Tutto per lei ha sempre avuto un riscontro positivo, che ipotizza scaturire dal suo modo di porsi rispetto alle situazioni che di volta in volta incontra mentre cammina. Come quella volta che in Amazzonia è riuscita a ricevere il passaggio da un camionista, il quale ha poi provato ad avvicinarsi a lei. “Io ti ho chiesto un passaggio, nulla di più”, ha detto, fermandolo, “e pensa se qui al posto mio ci fosse tua mamma, tua figlia, tua sorella”. Roberta riporta questo episodio con lo stesso tono con cui ha parlato di tutta la sua vita, e si può immaginare che con la stessa tranquillità abbia risposto al camionista, che infatti ha reagito scoppiando a piangere, raccontandosi e chiedendo di essere perdonato. Ridiamo, quando racconta questo episodio, ed è qui che spiega che per lei non ha mai rappresentato un problema essere sola, essere donna, ma forse, sottolinea, è perché ha avuto la fortuna, il caso, dalla sua parte.  

Roberta in Messico, in cammino verso una piramide Maya.

Roberta racconta poi di un altro episodio difficile. Questa volta dall’altra parte del mondo, in India, verso la quale era partita con l’idea di fare un viaggio nei treni general class, condividendo il viaggio con la gente del posto, curiosa di incontrare lo sconosciuto. Arrivata a Nuova Delhi, uscita dall’aeroporto, rimane colpita dal brulicare di gente, “tantissima gente”, sottolinea, in un enorme mercanteggiare dove si vendeva di tutto. La sorpresa di questo luogo nuovo e la mancanza di progetti a causa di alcuni imprevisti la spingono a rientrare in aeroporto, dove cerca di tranquillizzarsi e di organizzare il da farsi. Decide di chiedere aiuto al bigliettaio della metro, mostrandogli dal telefono il luogo che voleva raggiungere. Riceve gentilmente le indicazioni e subito dopo due ragazzini, prendendola per mano, la accompagnano fino alla sua fermata indicandole dove scendere. Nell’arco di poco tempo, aveva ricevuto tutta la solidarietà di cui aveva bisogno.

La camminatrice dichiara di aver sempre suscitato interesse da parte delle persone, che le facevano domande sulla sua storia e le offrivano quello di cui aveva più bisogno, a seconda delle loro possibilità. Il viaggio lento, a piedi, ha questo vantaggio: le persone ti vedono, zaino in spalla, avanzare da solo, e non possono fare a meno che interrogarsi su di te. “Una volta in Francia dei bambini mi sono corsi incontro, come se mi conoscessero”, riporta mentre le si illuminano gli occhi. “Ricordo quell’episodio con estrema gioia.” Dalla macchina scendono anche i genitori, la madre dell’età di Roberta, anche loro sorridendole. Le raccontano di averla vista camminare nei giorni precedenti, e che in quei giorni si erano interrogati su di lei: dove va? Da dove viene? È una raccoglitrice di funghi? Si chiedevano, giocando con i bambini.

“Ci sono stati dei luoghi in cui ho pensato di fermarmi, tipo in Uruguay, a Cabo Polonio, dove vivono senza elettricità, o nelle zone incontaminate del Parco Tayrona in Colombia”, ammette Roberta, ma la sua passione per il viaggio e la scoperta lenta attraverso i suoi passi ormai le impedisce di pensare di nuovo ad una vita statica. Quando viaggia, porta con sé pochi oggetti, ed è sempre disposta allo scambio, a raccogliere cosa le serve e lasciare ciò che non le serve più. Molte delle persone che ha incontrato nel suo viaggio le hanno chiesto se non soffra di nostalgia, certe volte, e quale sia il suo rapporto con la “saudade”. Roberta dice di non patire per alcun tipo di lontananza, perché sta ricercando ciò che la rende felice, e non sta rinunciando a nulla per farlo. Passo dopo passo, Roberta vive la sua felicità.

Nei vari viaggi ho cambiato più zaini, più scarpe, ma il sorriso è sempre lo stesso. Ho visto, assaporato, tanta terra sotto i piedi ma anche tanti cieli sopra di me. Ho visto, nuotato, in mari e oceani…ovunque tu vada c’è una direzione e un cammino da fare, dipende da te e dalla fortuna. Abbracciare l’insicurezza mi ha dato sicurezza in me stessa e accettazione della vita.

Roberta Ianeselli

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