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Edera, l’emporio di comunità che “avvolgerà” Trento

Edera è l'emporio di comunità che sta per nascere a Trento. L'apertura è prevista per la primavera del 2022. In Fiera abbiamo incontrato alcuni dei promotori dell'iniziativa, e abbiamo chiesto loro di spiegarci che cos'è un emporio di comunità e perché Trento ne ha bisogno.

Ufficialmente non è ancora nato, ma il processo per costituirlo è partito a settembre del 2019. Stiamo parlando di Edera, l’emporio di comunità di Trento che un gruppo di persone sta progettando e che dovrebbe aprire i battenti nella primavera del 2022. 

Alla Fiera Fa’ la cosa giusta! Trento (22-24 ottobre) abbiamo incontrato alcune persone del “nucleo originario” da cui è partito il progetto: Silvia Volpato, Valentina Merlo, Elisabetta Girardi e Andrea Mari. 

Da sinistra, Elisabetta Girardi, Valentina Merlo e Silvia Volpato, del team di lavoro di “Edera”, l’emporio di comunità di Trento

Cos’è un emporio di comunità? Si tratta di uno spazio autogestito e co-progettato nel quale, spiega Silvia Volpato, “si sperimentano nuovi modelli di consumo e di socialità”. La storia degli empori di comunità parte dagli Stati Uniti. In Italia, la prima Food Coop è stata l’emporio di comunità “Camilla” di Bologna. “I prodotti, nell’emporio di comunità, rispondono a un’attenzione per l’ambiente e per le persone e sono più accessibili anche economicamente per il consumatore”, prosegue Silvia Volpato. L’emporio di comunità però non è solo un negozio, ma anche un luogo di confronto e di scambio per avvicinare i cittadini e le cittadine ai temi dell’economia solidale e della solidarietà sociale, che sono poi i temi cari alla Fiera Fa’ la cosa giusta! Trento. 

Il nome, “Edera”, è il risultato di un processo partecipato partito a dicembre del 2020. “Il nostro nome – spiegano Silvia Volpato, Valentina Merlo ed Elisabetta Girardi – è collegato allo slogan L’emporio in-festa, perché abbiamo l’obiettivo di propagarci e contaminare più persone possibili. L’edera, infatti, è una pianta resistente, arrampicatrice, infestante, che rompe i muri e si propaga. E che non muore mai”. 

Silvia Volpato ci racconta il perché del nome “Edera”. L’edera è una pianta resistente, che “si arrampica” e che abbatte i muri

Non esiste una forma giuridica specifica per gli empori di comunità. Per acquistare in emporio le persone devono diventarne socie. È previsto inoltre che dedichino tre ore di lavoro volontario al mese per la buona riuscita del progetto e per ottenere un maggiore coinvolgimento. 

Sono otto i gruppi di lavoro (una cinquantina di persone in totale) che, da dicembre dell’anno scorso, stanno lavorando su diversi aspetti del progetto dell’emporio di comunità: business plan, forma, comunicazione esterna, comunicazione interna, prodotti e produttori/produttrici, officina culturale, informatica, ricerca spazi e valutazione del metodo di lavoro. Oltre a questi, c’è un gruppo di coordinamento, composto dal nucleo iniziale che ha dato vita al progetto ma anche da altre persone che si sono aggiunte nel frattempo. 

Il logo di “Edera”, l’emporio di comunità di Trento

“Abbiamo una rete di 250 simpatizzanti”, spiegano Silvia, Valentina, Elisabetta ed Andrea. Duecentocinquanta, infatti, sono le persone che hanno risposto a un questionario che è stato fatto girare l’anno scorso e che sondava il terreno per vedere chi fosse interessato a diventare socio dell’emporio di comunità. “Il 49 per cento delle persone che hanno risposto fanno parte dei Gruppi di acquisto solidali (Gas)”, spiegano i promotori dell’iniziativa, che dovrebbe prendere il via nella primavera del 2022. 

Cosa ci sarà in emporio? “Vorremmo che ci fosse tutto ciò di cui una persona ha bisogno nella vita di tutti i giorni”, aggiungono Silvia, Valentina, Elisabetta ed Andrea. Per il momento è previsto sicuramente uno spazio per gli alimenti. Si vedrà in futuro se inserire anche capi d’abbigliamento, una richiesta che è stata fatta dagli aspiranti-aderenti dell’emporio di comunità. 

Perché Trento ha bisogno di un emporio di comunità? Valentina risponde così: “C’è bisogno di un diverso tipo di consumo: sostenibile, partecipato e autogestito. L’emporio di comunità risponde a quest’esigenza attivando anche la dimensione relazionale, perché non si tratta solo di un luogo dove andare a fare la spesa: è anche un posto dove condividere esperienze e idee e dove ci si può conoscere”. “Se ci si pensa – aggiunge Silvia Volpato – durante il lockdown i supermercati fungevano da luogo dove poter mantenere intatta la socialità che si era persa”. 

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