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Semplice, la felicità aiuta il Pianeta

Stefano Bartolini, professore di economia della felicità all’Università di Siena, ha presentato il suo nuovo libro, “Ecologia della felicità” (Aboca Edizioni, 2021), al Café de la Paix. Lo abbiamo intervistato per chiedergli di approfondire il nesso tra felicità, sostenibilità e benessere.

Tutti drizzano le orecchie e si mettono sull’attenti quando si parla di felicità e di relazioni. Esistono molte teorie e molte “frasi popolari” che si interrogano sulla connessione tra felicità e prosperità economica, basti pensare al detto trito e ritrito “i soldi non fanno la felicità”. 

Stefano Bartolini, professore di Economia della Felicità e di Economia Politica all’Università di Siena, è partito proprio da questa domanda, “è possibile conciliare felicità e prosperità?”, per scrivere il suo nuovo libro, Ecologia della felicità. Perché vivere meglio aiuta il Pianeta (Aboca Edizioni, 2021). 

Bartolini: “Nei Paesi occidentali c’è un’infelicità diffusa. Viviamo nella società delle dipendenze”

Bartolini, già autore di un altro volume, Manifesto per la felicità (Feltrinelli, 2013), ha iniziato a riflettere su questi temi venti anni fa, dopo aver viaggiato nell’Africa nera. “Sono rimasto molto colpito dal modo in cui gli africani affrontano la vita”, racconta. “Sembravano tutti molto più allegri e meno impauriti di noi, nonostante i problemi che affrontavano quotidianamente. Problemi di fronte ai quali noi probabilmente saremmo naufragati. Loro invece riuscivano a vivere con il sorriso sulle labbra”. Dopo quei viaggi, quindi, al professore rimane una domanda che lo ho portato ad approfondire l’economia della felicità. “È proprio necessario, mi chiedevo, ridursi come ci siamo ridotti noi per avere un po’ di prosperità economica? Oppure è possibile vivere in società prospere pur mantenendo una certa leggerezza, allegria e comunicatività?”.  

Ed è possibile? Perché il paradosso della felicità dice che è così solo fino a un certo punto…

Sì. Quel punto però arriva solo quando le società sono già libere dalla povertà di massa. In quel momento i soldi non aumentano più la felicità. 

Noi siamo in questa situazione?

Nei Paesi occidentali c’è un’infelicità diffusa. Viviamo nella società delle dipendenze: ce lo confermano tutti i dati a nostra disposizione. Abbiamo numeri spaventosi sulle dipendenze da psicofarmaci, sulla diffusione delle malattie mentali, sulle dipendenze dalle droghe legali e dal gioco. E sappiamo perfettamente il perché. Il quadro degli studi sulla felicità ci restituisce l’immagine di un’umanità solitaria, con poche relazioni e molti conflitti. Un’umanità stressata e frustrata da problemi di tempo e dal conflitto tra vita e lavoro, e impegnata in un’ossessiva caccia al denaro che, anche quando ha successo, non mantiene la promessa iniziale: il raggiungimento della felicità. Gli studi sulla felicità ci fanno capire che, una volta liberata la società dalla povertà di massa, quello che conta per aumentare il benessere è la condivisione. Non i soldi né il possesso: la condivisione. E le relazioni tra persone. A questo, come organizzazione sociale, prestiamo però pochissima attenzione. 

In “Manifesto per la felicità” aveva contrapposto ben-essere e ben-avere…

Sì. Viviamo nella società del ben-avere. Ma non è il ben-avere che ci dà felicità. È il ben-essere, che si ottiene attraverso una maggiore condivisione.

“Ecologia della felicità”, invece, unisce due temi importanti e attuali: felicità e sostenibilità. In che modo?

La strada che abbiamo scelto per aumentare la qualità della vita, cioè la crescita economica, non funziona per la felicità e inquina. Migliorare la qualità delle relazioni e aumentare la condivisione, invece, funziona per la felicità e non inquina, non grava sull’ambiente e sul pianeta. Questo è il punto chiave. Abbiamo le conoscenze per generare progresso, cioè per migliorare la qualità della vita, senza passare dalla crescita economica. 

L’autore di “Ecologia della felicità”: “Viviamo nella società del ben-avere. Ma non è il ben-avere che ci dà felicità. È il ben-essere, che si ottiene attraverso una maggiore condivisione”.

Nel libro lei dà anche alcuni consigli al sistema scolastico, alle città e al mondo del lavoro. Un esempio?

Prendiamo le città, che sono nate cinquemila anni fa per aggregare le persone. Hanno funzionato, perché l’aggregazione si è sempre creata: nelle piazze, nelle strade e negli spazi comuni. Tutto questo finché non sono arrivate le automobili, che hanno distrutto la qualità di questi spazi. Il risultato è la solitudine urbana, da quella dei bambini a quella degli anziani, che sono le categorie più colpite perché hanno problemi di mobilità e hanno bisogno di un tessuto sociale fuori dalla porta di casa. Con le macchine, però, tutto questo è diventato impossibile. I bambini prima crescevano giocando in strada tutti assieme; adesso invece stanno a casa davanti agli schermi, più o meno soli, perché le macchine hanno reso pericoloso stare in giro per la città.

Dovremmo puntare sul miglioramento degli spazi comuni, creare aree pedonali, riempire le città di centri sportivi e di parchi dove la gente si possa incontrare. Tutti questi luoghi devono essere liberi dalle macchine. Ci dovremmo muovere in bicicletta e con i mezzi pubblici. Non è solo un problema di sostenibilità ambientale: c’entra anche la sostenibilità sociale, perché il sistema-città nel quale viviamo distrugge le relazioni. 

Secondo lei siamo pronti per fare un cambiamento di questo tipo, che sconvolgerebbe le nostre abitudini?

Le città italiane sono in ritardo su questo. Questo cambiamento l’hanno già fatto in tante città del Nord Europa, come Copenaghen e Amsterdam. Città senza macchine, dove tutti si muovono in bici e con i mezzi pubblici, dove ci sono tantissimi parchi, giardini e centri sportivi. Da noi gli unici posti dove le persone si possono incontrare sono i centri commerciali, che sono gli unici posti pedonali. Quindi certo che si può fare, certo che i tempi sono maturi, perché si sta già facendo in gran parte dell’Europa.

Ultimamente si parla molto di sostenibilità. Quando è iniziata l’attenzione per la “decelerazione” e il focus non tanto sulla produttività ma sulle relazioni?

Già da qualche decennio si vede come, nella bilancia vita-lavoro, le persone diano più peso alla vita. Il Covid-19 però ha accelerato questa trasformazione. Abbiamo fatto l’esperienza di stare confinati in casa. È nato per esempio un movimento – non politico – di uomini che vogliono passare più tempo con i propri figli. Dopo il Covid-19 le persone che vogliono fare lavori impegnativi sono calate. Lavori ben pagati ma anche mal pagati. Si fa difficoltà a trovare analisti finanziari per la City di Londra, un lavoro che fa fare soldi, certo, ma dove si è impegnati anche per settanta, ottanta ore a settimana. Ma non è neanche facile trovare camionisti, un mestiere che non vuole fare nessuno, perché è molto duro e perché porta a stare lontano da casa per giorni. 

Bisogna puntare sulle relazioni, quindi, ma la tensione sociale in questo periodo è molto alta.

La società è profondamente spaccata. È una delle spaccature più profonde che io abbia mai osservato nella mia vita. Non è una spaccatura cinquanta e cinquanta, perché l’esitazione vaccinale è una minoranza. Però è una minoranza grossa, perché si parla del venti per cento delle persone. Sono veramente preoccupato dei toni che ha preso questa contrapposizione: da tutte e due le parti volano delle parole molto aggressive. Questa spaccatura, che non sarà certo facile ricomporre, ci fa sperimentare ciò che gli Stati Uniti stanno vivendo già da tempo, con divisioni molto profonde.

Quando si parla di felicità e sostenibilità, i giovani sono più attenti degli adulti?

Quando si parla di felicità e di relazioni tutti drizzano le orecchie. Sono due parole molto intuitive e primitive, che vanno all’anima della nostra essenza biologica, perché siamo esseri sociali e perché cerchiamo la felicità per tutta la vita. I giovani hanno reazioni ancora più forti perché subiscono maggiormente il problema: sono la categoria sociale a più alto rischio di solitudine, hanno grossi problemi di dipendenza, di ansia e di depressione.

Se la mette in termini di consenso a questa organizzazione sociale, invece, è chiaro che il dissenso dei giovani è davvero molto forte. Quando parlo di organizzazione sociale, intendo la vita che stiamo proponendo ai giovani. Una vita in cui passeranno tutta la gioventù a studiare come matti per poi passare il tempo a lavorare come matti per comprare il più possibile. Il tempo lo avranno da vecchi, quando non sapranno cosa farsene perché non ne avranno mai avuto e non avranno mai imparato ad usarlo. Questa è la vita che gli proponiamo, e alla quale loro si ribellano parecchio. Non hanno ancora chiara un’alternativa, ma secondo me la cercano.

La politica, pensando anche alla COP26 di Glasgow, è ancora troppo indietro?

Sono in disaccordo con la piega che sta prendendo la cosiddetta “lotta al cambiamento climatico”, che viene ridotta a un solo problema tecnologico. L’unico problema, secondo questa piega, sarebbe cambiare la tecnologia e passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. La nostra però è una società fondata sul petrolio. Non è facile sostituire i combustibili fossili, soprattutto sulla nostra scala di consumi energetici, che sono giganteschi. Non abbiamo nemmeno abbastanza petrolio per sostenere tutti i nostri consumi. Se non si pensa a ridurli, il che vuol dire ridurre anche la crescita economica, non ne usciremo mai. 

L’ecologia della felicità, quindi, ci può aiutare ad accrescere la qualità delle relazioni e non i consumi. Tutto è legato… 

Può aiutarci a costruire una società che diventi sostenibile senza fare rinunce, ma vivendo meglio e avendo di più, non di meno. Di più però di quello che, a questo punto della storia, conta veramente: tempo, qualità delle relazioni, vite più rilassate, città con quartieri migliori… Questo è ciò che ci serve. Una vita collettiva migliore e più tempo.

E anche la capacità, forse, di imparare a “perdere tempo”? C’è la tendenza a occupare ogni minuto del proprio tempo, senza lasciare uno spazio vuoto…

È una conseguenza degli smartphone, che hanno abolito i tempi morti. È un problema grosso, da un certo punto di vista. Ho incontrato mia moglie alla fermata del bus, e se fossimo stati tutti e due con gli occhi incollati ai telefonini non ci saremmo mai conosciuti. L’ho incontrata prima che tutti avessero gli occhi sullo smartphone.  

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