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Sono davvero le grandi aziende ad alimentare il mondo?

Una ricerca della Fao dichiara che i piccoli agricoltori nutrono il 30 per cento della popolazione. Un gruppo di organizzazioni ha scritto una lettera alla Fao per protestare con quest’affermazione: i piccoli produttori nutrirebbero, secondo i loro calcoli, il 70 per cento della popolazione mondiale.

Un report pubblicato dalla FAO ha suscitato le polemiche di 8 organizzazioni che si occupano di alimentazione globale

Nel 2014 l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) pubblicava un report nel quale si sosteneva che le imprese agricole familiari producono l’80 per cento del cibo a disposizione nel mondo. Oggi quei dati sono stati rivisti, perché in una pubblicazione che risale a giugno 2021 la stessa organizzazione riporta che i piccoli produttori sono responsabili solo di un terzo della produzione di cibo mondiale (“Which farms feed the world and has farmland become more concentrated?”).

Un gruppo di 8 organizzazioni attive sul campo ha inviato una lettera per affermare la propria contrarietà con la ricerca curata dalla Fao il 1° febbraio; si sono espresse Alliance for Food Sovereignty in Africa, A Growing Culture, ETC Group, Grain, Groundswell International, Institute for Agricolture and Trade Policy, Landsworkers Alliance e The Oakland Institute.

“La definizione confusionaria della Fao [su cosa sia un contadino o un piccolo agricoltore] – attaccano le organizzazioni -, in combinazione con altri paper, stanno contribuendo alla falsa idea che i contadini producano solo un terzo del cibo mondiale, quando in realtà i risultati della ricerca concludono che i contadini sono i maggiori fornitori di cibo, riuscendo a raggiungere almeno un 70 per cento della popolazione”.

Come è cambiata la definizione tra il 2014 e oggi? Secondo le organizzazioni che hanno firmato la lettera, si è ristretto molto il concetto di piccolo produttore. In occasione del lancio della Decade delle Nazioni Unite per l’Agricoltura Familiare (2019-2028), la Fao e il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad) avevano stabilito che l’agricoltura familiare riguardasse “modelli in agricoltura, pesca forestale, pastorale e acquacoltura”, e includesse “popolazioni indigene, comunità tradizionali, pescatori, contadini di montagna, forestali e pastori”. Nel 2021, invece, la pubblicazione della Fao limita l’agricoltura familiare alla produzione agricola e all’allevamento di bestiame, stabilendo inoltre che possono rientrare in questo tipo di agricoltura solo le produzioni nei terreni di meno di 2 ettari. Ecco perché “lo studio del 2021 conclude che i contadini coltivano il 35 per cento del cibo mondiale nel 12 per cento delle terre agricole”.

“Affermiamo il diritto dei contadini di autodefinirsi – aggiungono le organizzazioni che hanno protestato contro la ricerca della Fao – e precisiamo anche che le descrizioni nazionali dei piccoli terreni agricoli ammettono fino a 5 ettari o nell’ordine di grandezza del 25 per cento di tutti i terreni agricoli e concludono, assieme ad altri studi citati nel report 2021 della Fao, che le piccole produzioni mondiali producono circa la metà del cibo a disposizione nel mondo”.

Quando viene applicata la definizione data da Fao e Ifad, quindi, si vede come i piccoli produttori siano responsabili del 70 per cento, non del 30 per cento, della produzione mondiale di cibo.

Un altro termine che viene contestato è il “valore”. Non dovrebbe essere solo quello di mercato ad essere considerato secondo le organizzazioni, perché “anche se i contadini di tanto in tanto vendono al mercato, sfamano anche le loro famiglie e la comunità al di fuori dei mercati commerciali”.

Non ci si dovrebbe focalizzare così tanto sulla produzione, ma si dovrebbe dare spazio anche a una nuova sezione, quella del consumo, per monitorare gli sprechi di cibo. “Rimaniamo convinti – affermano le organizzazioni – che i contadini non solo coltivino la maggior parte del cibo mondiale, ma che abbiano anche più successo nell’incontrare il fabbisogno nutrizionale delle popolazioni che soffrono di insicurezza alimentare”.

In gioco c’è l’attenzione dei decisori politici, chiamati a decidere sulle politiche alimentari mondiali. “Il report del 2021 della Fao sostiene che le grandi aziende agricole sono responsabili del 70 per cento della produzione mondiale – spiegano gli organizzatori – e ricevono molta meno attenzione da parte dei policy maker rispetto alle aziende agricole di piccole dimensioni”. Si rischia così, ammoniscono, di “confondere i decisori politici e distorcere le priorità”.
Per questo, le organizzazioni che hanno firmato la lettera chiedono che la Fao faccia chiarezza. “Ci sono poche altre questioni più importanti di quella attuale – concludono – che ci chiede di capire quale sistema sia in grado di accogliere le sfide per le politiche alimentari nel ventunesimo secolo. Se un business agricolo che si prende più del 70 per cento delle risorse agricole e raggiunge solo il 20 per cento delle persone, oppure la sovranità alimentare, che sta già nutrendo il 70 per cento delle persone con meno di un terzo delle risorse agricole”.

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