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Solo moda sostenibile: l’unica via è comprare meno (e meglio)

La giornalista Silvia Gambi ha ideato un podcast per raccontare la sostenibilità nel mondo della moda, Solo moda sostenibile. L’esperienza da cui è partita è quella di Prato, il distretto tessile più grande d’Europa che vive di riciclo e che ha raccontato assieme a Tommaso Santi nel documentario “Stracci”.

Solo moda sostenibile è un podcast pensato dalla giornalista Silvia Gambi

Una settimana per ripensare il mondo della moda. È cominciata lunedì 18, e terminerà domenica 24 aprile, la Fashion Revolution Week, una campagna annuale nata dopo la tragedia che nel 2013 colpì la fabbrica tessile di Rana Plaza, in Bangladesh. L’edificio di otto piani, quel 24 aprile di nove anni fa, subì un cedimento strutturale per il peso dei macchinari della fabbrica. Persero la vita 1.134 persone.

Vuoi informarti sulla moda sostenibile? Il podcast “Solo moda sostenibile”

Silvia Gambi è una giornalista originaria di Prato, un distretto tessile che, come ci spiega, “era circolare prima ancora che si sapesse il significato di questa parola”. Da due anni e mezzo ha ideato un podcast che si chiama “Solo moda sostenibile”. “Quasi tutta la documentazione che esce sulla moda sostenibile è in inglese”, dice. “Si dà per scontato che tutte le aziende abbiano familiarità con questa lingua, quando non sempre è così: con il mio podcast, quindi, voglio offrire degli strumenti di approfondimento in italiano disponibili per tutti, anche per le aziende”.

Silvia Gambi ha girato, assieme a Tommaso Santi, il documentario “Stracci”

Come è cambiato il senso della parola “sostenibilità” nell’ambito della moda

Moda e sostenibilità, come sono legate? “Quando si è iniziato a parlare di questo tema – spiega Gambi – ci si riferiva principalmente all’aspetto ecologico e ambientale. Ora in quest’espressione rientrano anche l’aspetto sociale e determinati valori. La parola sostenibilità è diventata quindi sempre più ampia e sempre più vaga. Questa probabilmente è una delle regioni che ci porta ad avere problemi di greenwashing, perché le aziende talvolta usano la parola sostenibilità a caso. La verità è che c’è una grande confusione su cosa voglia dire la parola sostenibilità”.

“Stracci”, il documentario che racconta il distretto tessile più grande d’Europa

È stato lanciato nel novembre 2021 il documentario “Stracci”, girato da Silvia Gambi assieme al regista Tommaso Santi. Il documentario racconta la storia del distretto tessile di Prato, dove da 150 anni gli “stracci” sono gli abiti prodotti dai cenciaioli con tessuti in lana provenienti da tutto il mondo, che acquistano così una seconda vita.
“Fino a due, tre anni fa le persone non si chiedevano che fine facessero le cose che non indossavano più – spiega Gambi -; tutti si sentivano rassicurati dal fatto che le donavano: un sentimento che in economia viene definito ‘alibi del consumatore’. La verità invece è che c’è un volto oscuro in tutto ciò, e che c’è qualcuno che fa le spese di questo nostro consumo eccessivo”.

“La scelta è comprare meno e comprare meglio”

C’è poco da fare: l’unica opzione percorribile, anche nel mondo dell’abbigliamento, è quella di consumare meno. “Anche in un processo di riciclo – dice Gambi – c’è sempre un impatto anche solo per i trasporti e per l’uso di macchine. La scelta migliore è comprare meno e comprare meglio, acquistare un capo perché mi piace e perché so che entra all’interno del mio guardaroba e che avrà una vita ben più lunga di quella di una sola stagione. L’essenzialità è un concetto che viene ripreso in molti ambiti al giorno d’oggi, basta pensare al design. Bisognerebbe arrivare allo stesso punto anche nel mondo della moda”.

La Strategia Europea per il Tessile Sostenibile: “Fast fashion is out of fashion”

È stata approvata il 30 marzo la Strategia Europea per il Tessile Sostenibile. “Al momento si tratta solo di una serie di buone intenzioni – spiega Silvia Gambi – ma su temi che sono essenziali. La lotta alla fast fashion è diventata un obiettivo dell’Unione Europea, che si trova a gestire una massa di rifiuti molto grande e ci dice che dobbiamo guardare a questi rifiuti come risorse. Siamo chiamati a tirare fuori da ciò che abbiamo prodotto il massimo per poter mettere i nostri capi d’abbigliamento in ricircolo. Questo è ciò che ha fatto Prato, che nell’Ottocento era un’industria lamiera che non aveva pecore (e quindi neanche lana). Prato si è ingegnata per tirare fuori il massimo dagli abiti usati provenienti da tutto il mondo. Ora che c’è una carenza di materie prime dobbiamo prendere ad esempio ciò che Prato fa da secoli”.

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