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Tra abbandoni e seconde case, la montagna nel post Covid

Il rapporto primaverile di Legambiente, “Abitare la montagna nel post covid”, mette in luce il problema di 66 strutture abbandonate, tra cui le ex-caserme delle Viote (Trentino), e analizza il fenomeno delle seconde case in 303 località alpine.

Il nuovo report primaverile di Legambiente mette in luce il fenomeno degli edifici abbandonati in montagna

Montagna, una meta turistica, un luogo in cui abitare o un posto da cui “fuggire”? C’è tutto questo nel rapporto primaverile di Legambiente, “Abitare la montagna nel post covid”, che censisce le 66 strutture abbandonate e analizza il fenomeno delle seconde case in 303 località alpine.

Le 66 strutture abbandonate per cambiamento della domanda turistica e speculazioni

Le strutture soggette ad abbandono hanno dimensioni diverse e possono essere “solo” abbandonate o versare in uno stato di degrado. Ci sono edifici legati all’industria dello sci ma anche hotel, colonie e caserme di confine lasciati senza una prospettiva.

C’è anche il cambiamento climatico tra le cause dello stato di incuria in cui versano questi edifici: le cause più frequenti dell’abbandono, infatti, sono dovute al cambiamento della domanda turistica per assenza di neve, oltre che alla necessità di ingenti reinvestimenti di ammodernamento, a mancati adeguamenti tecnici, a scelte imponderate rispetto ai flussi turistici e a speculazioni di basso cabotaggio.

I casi simbolo di abbandono: in Trentino ci sono le caserme austro-ungariche nella piana delle Viote, sul Monte Bondone

Tra le 66 schede raccolte da Legambiente, ci sono diversi casi simbolo in tutte le regioni italiane. Per il Trentino Alto Adige è stato presentato il caso delle caserme austro-ungariche nella piana delle Viote, sul Monte Bondone, un pregevole esempio dell’architettura militare del primo Novecento e dal 2008 completamente abbandonate.

La soluzione potrebbe essere il riuso innovativo. Il rischio? Aumentare il consumo di suolo, per cui il Trentino è medaglia nera

Legambiente vuole aprire una riflessione e un dibattito sul futuro di questi edifici, individuando le soluzioni più adeguate, che vanno dalla demolizione al riuso innovativo. Questa seconda opzione è avvantaggiata dallo slancio, nel post pandemia, del mercato immobiliare in montagna. C’è però il rischio che possa crescere anche il consumo di suolo che, secondo i dati del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), in Italia diventa sempre più consistente e abbraccia anche ambiti montani pericolosi per frane e alluvioni, aree protette, sponde di corpi idrici e valli. E il Trentino Alto Adige detiene il triste primato per le aree oltre i 600 metri di altitudine: nel 2019 ha consumato ben 54 ettari in più rispetto al 2018.

“Vogliamo rilanciare il dibattito sul vivere in montagna – spiega Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente -: proprio la ricerca di soluzioni e prospettive future di questo costruito pensiamo possa giocare un ruolo chiave nell’arrestare il crescente consumo di suolo in montagna. Ma c’è di più: il riuso funzionale di queste ampie volumetrie può costituire un’occasione straordinaria per ripensare l’organizzazione della comunità in un’ottica di sostenibilità e di sviluppo. Per migliorare i servizi e soprattutto per rendere più efficiente questo straordinario patrimonio edilizio in un momento storico dove ogni azione è utile e importante al fine di uscire dall’era delle fonti fossili e dal consumo di risorse”.

Le seconde case sulle Alpi: un mercato fiorente. Cresce anche lo smart working in alta quota

Il mercato delle seconde case in montagna, specialmente sulle Alpi, sta fiorendo sia per quel che riguarda la vendita sia per quanto riguarda l’affitto. Complice è il Superbonus 110% per la riqualificazione energetica e antisismica.
Nel 2021 la percentuale di chi ha acquistato una seconda casa in montagna è stata del 6,4%, mentre a livello pre-pandemia era del 5,5%, secondo i dati dell’Ufficio Studio Tecnocasa.

I prezzi sono saliti dello 0,6%, ma si prevede un aumento anche legato alla richiesta crescente di case in affitto e all’aumento dei relativi canoni. Un effetto legato alla pandemia, in buona parte, che ha portato sempre più persone a cercare la montagna come posto dove praticare lo smart working. Aumentano i prezzi nelle località più rinomate, come Cortina d’Ampezzo, con il traino delle Olimpiadi invernali 2026, ma anche in località meno note dove la qualità ambientale è migliore che in città. I più richiesti sono i trilocali e le soluzioni indipendenti, immobili spaziosi con terrazza e giardino.

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